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Introduzione
L’idea di
libertà è ormai al collasso totale. Questo fantasma suadente è a questo punto
un mito incompreso, sconosciuto e la parola che la evoca è talmente abusata da
renderla pericolosa e mortifera come amaro assenzio. Si parla di libertà chiusi
dentro grattacieli, si parla di libertà attendendo uno stipendio, si parla di
libertà uccidendo milioni di persone, si parla di libertà sapendo di mentire e
cercando sostegno nelle connivenze colpevoli. Si parla di libertà senza
rendersi conto di tutte quelle catene che ci opprimono, parlando al cellulare,
guidando una costosa automobile, guardando la televisione scrivendo o
blaterando davanti ad un computer. Si parla di libertà sapendo perfettamente
che essa procede immancabilmente dalla nostra inderogabile schiavitù. Ma l’uomo
libero, si sa da sempre, è soltanto colui che possiede se stesso e sa farlo
bastare. L’umanità nuda di Cristo, del Buddha Siddharta, di Juan de la Cruz, di
Francesco, di Muahmmadh sono soltanto minimi esempi e minuscoli segnali. Spesso
si confondono con la poesia e con la filosofia e sempre – non più “spesso” – si
ripongono con molle leggerezza nel cassetto delle utopie, i luoghi non luoghi,
le città sognate, quei giochi da Hypnerotomachia, nelle impossibili chimere che
cozzano e stridono instancabilmente con la “realtà”.
Ma di quale realtà si vuole parlare? Quella dei potenti o quella intima
che ci appare come un fardello troppo pesante da portare sulle spalle?
Analizzando la realtà dei potenti e dei persuasori occulti asserragliati
nelle loro torri d’avorio vediamo presto che libertà è un concetto assurdo e
paradossale. La libertà che ci offrono è fatta di un combattimento senza fine,
senza vinti ne vincitori in cui è libero solo chi è perfettamente schiavo.
Schiavo del suo denaro, schiavo del suo partito, schiavo della sua stessa
libertà. La libertà dentro le torri d’avorio si persegue combattendo fuori del
mondo reale, tra computer, tra strade affollate, dentro automobili, nei
telegiornali, costruendo grattacieli, scalando multinazionali, ignorandosi gli
uni con gli altri e restando soli di fronte ad una libertà opprimente che non
soddisfa - ne mai lo farà - nessuno dei veri bisogni. E’ una libertà che si
conquista con la competizione, con la forza, con la sottomissione.
Una libertà fondata sul commercio e sull'accumulo di ricchezze inutili
forse non è una libertà vera, una libertà che opprime l’altro, il diverso, il
povero, non è vera libertà ma assoluta e incondizionata schiavitù. Libertà non
è dipendenza da un sogno impossibile, da un grammo di botulino, da una
giovinezza che “deve” trascorrere o da una ricchezza che ti isola dal mondo,
dai pensieri creativi, dall’equilibrio interiore, dalla memoria di sé.
Si parla di libertà appestando e disgregando con indolenza, disattenzione
e superficialità un mondo che è unico in tutto l’orizzonte delle nostre conoscenze
più avanzate. L’esempio al quale mi affido spesso è quello dell’uomo sull'albero.
Un uomo si mette in salvo sul ramo di un albero scacciando ogni suo
simile con violenza e lasciando vicino a
sé solo chi gli è obbediente. Ma ben presto ha fame e per paura di cadere o
soltanto per svogliatezza coglie tutti i frutti che sono a portata di mano.
Dopo un po’ ha anche freddo e pensa al calore, al fuoco, e allora comincia a
tagliare i rami a cui può accedere. Cala la notte e ha di nuovo fame e freddo allora
taglia l’ultimo ramo che ha a disposizione per bruciarlo ma non fa in tempo ad
accorgersi che quel ramo è proprio quello su cui è seduto e dal quale cadrà
insieme ai suoi fedeli.
Questa è l’umanità che conosciamo. Questa è l’umanità che genera quel paradigma
di falsa libertà.
In nome del potere del denaro stiamo segando il ramo su cui viviamo e lo
stiamo dando alle fiamme. Il mondo incenerisce giorno dopo giorno sotto i
nostri occhi, ha sempre meno da offrirci ma noi gli chiediamo sempre di più. La
nostra libertà, quella che ci fanno sognare, ci rende finti padroni, dei beceri
Trimalcioni che sprecano ogni risorsa con la stessa superficialità di un
bambino insolente, viziato e sciocco. Per continuare questo sogno bisognerà
sfruttare altri Trimalcioni, conquistare, distruggere annientare e continuare a
sfruttare selvaggiamente fino a consumare l’ultimo ramo che ci permette di
sopravvivere. Il danno irreversibile è già alle porte da molto tempo, eppure si
parla di spread, di welfare, di titoli, di prezzi del petrolio, di politiche
internazionali tacendo il più possibile su una cruda e semplicissima verità: la
reale esiguità delle risorse del mondo
ed i reali bisogni dell’umanità. Ma più di ogni altra cosa si tace
pubblicamente sul ruolo che l’umanità deve necessariamente avere nei confronti della sua terra, piccolo sasso
miracoloso gettato nelle profondità buie dell’universo.
Il paradigma deve cambiare, subito e per sempre. Deve avviare l’umanità
verso la creazione di un altro modello che contempli il principio stravolgente (per la
nostra modernità e per la nostra concezione tecnologica) di non essere al di
sopra di altri né al di sopra e al di fuori della sfera naturale. Sappiamo
essere una schiera antropocentristica pronta a lapidare chiunque si azzardi a
detronizzare l’uomo dal suo potere su tutto e su tutti; tuttavia la cruda
realtà (o comunque una enorme percentuale di essa) ci dice che l’uomo in quanto
essere biologico è soltanto uno dei loci
del mondo e, a dirla tutta, neanche il più importante. Senza l’uomo la terra
continua a vivere indisturbata, senza le api, ad esempio soffrirebbe molto di
più e, infine senza le specie animali e vegetali o senza acqua morirebbe.
L’unico valore aggiunto dell’umanità è non il potere ma la sua gestione,
che è notoriamente cosa ben diversa e ardua. Il mondo soffrirebbe della
mancanza umana solo quando e se l’uomo imparasse a riconoscere gli equilibri e
a favorire il loro fluire all'interno della cellula vivente chiamata Terra.
Piegarla o modificarla equivale solo a mortificarla; ma con questo termine mi
dirigo precipitosamente verso il suo etimo generante che ha la radice in
“morte”, appunto.
Ma il nuovo paradigma non deve
necessariamente privarsi dell’intelletto e delle sue conquiste ne lasciar
credere che il ritorno all'età della pietra sia la soluzione. Non è tornando
alla condizione animale che l’umanità può ritrovare il senso di equilibrio o,
quantomeno, non è l’unico modo certo. Quel che è certo invece è la condizione
di pastoforia - che bisogna conquistare e gestire – che suggerisce la via di
scampo. Il possesso intimo del senso delle cose, degli equilibri, della
giustizia e dell’equità sono quegli elementi che dirimono ogni contrasto tra
l’essere umano e la sua dimensione vitale. Pastofori e Pastori del mondo, questo
devono diventare gli uomini e le donne, custodi della vita e dei suoi segni; su
questo paradigma si fonda ogni presente e ogni futuro. Dalla sapienza
salomonica dipende il futuro dell’umanità; concedere dunque spazio alla
coscienza e all'intelletto per metterlo a servizio della madre terra: questa è
sapienza poiché questo genera frutti d’ogni sorta.
Tutto ciò allude al fatto che noi tutti abbiamo creato un mondo estraneo
al mondo stesso, una fantasia perversa che distrugge come un cancro ogni cosa
che tocca e, alla fine del percorso, vi è sempre la difficoltà di gestione
(come nel caso del nucleare) per mancanza di giudizio, per miopia, e per avidità
di beneficio a breve termine.
Il mondo che abbiamo creato e di cui siamo inconsapevolmente schiavi non
è una realtà ma una proiezione sinistra dei nostri desideri più biechi,
infantili e sgradevoli che qualunque divinità selvatica e violenta potrebbe mai
soltanto immaginare. E in questo possiamo ben sentirci orgogliosi di provare e
mostrare la nostra personale e inutile divinità. Non c’è nulla che l’uomo
faccia realmente per assecondare la vita profonda e il naturale respiro del
mondo così come non c’è assolutamente nulla che l’uomo faccia per nutrire e
assecondare l’anima.
Tutto ciò che è in grado di fare è soltanto arginare la propria irruenza
e la propria falsità per mezzo di leggi scritte per essere trasgredite, buchi
giuridici, abissi di fraudolenza contornati da leggi che mangiano se stesse. E
tutto questo soltanto perché chi fa le leggi ha il triste compito di conoscere
nel profondo la natura umana e prevenirne ogni orribile parto divenendo a sua
volta una spina nel fianco.
Nel nuovo paradigma invece la legge reale è già ascritta nel codice
genetico ed è molto semplice ed essenziale: poche regole assolute invece che
milioni di comma che prosciolgono quelli che li precedono.
Uno fra tutti è, ad esempio, il biblico “non rubare”. Un qualsiasi
fariseo interpreterebbe un simile comandamento come un dogma assoluto che
punisce il colpevole con la pena giudicata congrua. Abbiamo ancora sotto i
nostri occhi il dolore, lo spavento, la pena di quel bimbo iraniano di soli
sette anni costretto a subire la rottura del braccio sotto le ruote di un
camion come punizione per aver rubato. Ci venne detto che doveva essere una
punizione esemplare e comunque facemmo fatica ad accettarla, ma quando ci venne
confermato che il bimbo aveva commesso quel gesto soltanto per fame allora
l’indignazione tracimò con tutta la violenza immaginabile. La legge era stata
violata, si, ma non dal bimbo. Il colpevole era chi aveva rubato a quel bimbo
il suo diritto a sfamarsi. Il vero colpevole è rimasto impunito, dunque, e ha
pagato ancora una volta l’innocente.
Ancora una volta il paradigma si rivela luminoso nella sua essenza perché
tende ad individuare le vere cause e non quelle apparenti, a risolvere la
depressione partendo non dall'effetto ma dalla causa prima. Il fariseo giudica
e punisce il colpevole credendo di essere nel giusto perché segue le regole. Il
giusto sovverte le regole se queste non sono giuste. Chi ha sottratto la
libertà di procacciarsi il cibo, chi si appropria di un diritto comune e pone
una legge di priorità per rendere colpevole l’altro è per primo colpevole e
punibile. E’ giusto chi si adopera affinché nessuno debba trovarsi nelle
condizioni di dover fare qualcosa contro la legge. Pertanto bisognerà chiedersi
sempre quanto e per chi realmente quella legge è giusta.
Pertanto stiamo intravedendo la possibilità di capovolgere i vecchi
paradigmi per definire quello nuovo in cui chi si appropria indebitamente delle
risorse comuni al solo scopo di arricchimento personale è l’unico responsabile
del crimine in quanto obbligherà altri simili – impossibilitati a procacciarsi
quel bene ormai privato – a commettere ciò che un fariseo indicherà comunemente
come “crimine”. Ecco che il detentore della legalità non faticherà molto a
riequilibrare le alchimie umane in base al nuovo paradigma perché il suo
compito sarà quello di ridurre all’essenzialità una regola che potrebbe persino
non essere scritta.
Nel nuovo paradigma si scorge immediatamente l’anello debole e la rete di
interconnessioni che conduce alla crisi e la si evita assecondando l’equilibrio
e la fluidità di tutte le sue parti. Minoranza e maggioranza sono sistemi
precari che devono avere come prodotto equilibrio e fluidità tendenti a zero.
Infatti nella maggioranza si rivela il caos, la dissipazione e l’inquietudine;
nella minoranza invece è sottesa la completa sottomissione rispetto alla
maggioranza il che provoca depressione e annullamento soltanto in una parte
provocando poi, a sua volta, completa dissipazione del sistema. Questo pur
nella sua forza maggioritaria non possiede più fluidità ne movimento e rischia
a sua volta il collasso totale.
Questo è ciò che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi. Non soltanto
stiamo deliberatamente estinguendo migliaia di forme di vita biologica, ma
anche le risorse e, come se non bastasse, abbiamo creato una serie di leggi
costruite intorno al potere che tendono ad annientare anche la vita umana in
tutte le sue manifestazioni. Intere popolazioni annientate, continenti
devastati e assoggettati al volere del potere “democratico” costituito,
creazione di una ricchezza inutilmente spropositata e dannosa che uccide ogni
giorno milioni di anime impossibilitate a riscattarsi da questo potere in nome
delle droghe ideologiche a cui vengono assoggettati.
Il nuovo paradigma compie un passo arduo ed eroico scorgendo ed
eliminando il vero anello debole di questa catena che è il disconoscimento del
potere improprio, indicando cioè quale vero responsabile colui che sottrae per
punire chi a questi sottrae. Se ci sono soltanto due mele e due persone sarà
necessario che le due persone sappiano dividersele equamente; se l’uno o
l’altro correrà più in fretta e le prenderà entrambe (pur sapendo che una gli è
soverchia) e affermando su di esse la proprietà legale non tarderà molto che
l’altro, stremato dalla fame, cercherà prima o poi di sottrargliela
macchiandosi della colpa annunciata.
Nel nuovo paradigma non soltanto si sviluppa questo arcaico e sano
concetto, ma si va molto al di là di questo e lo si perfeziona supponendo che
ognuno debba avere la sua mela e che entrambi cooperino raccogliendone i semi e
ricavandone molti più frutti di quanto necessitino e, infine, dare ad altri ciò
che esubera i loro bisogni reali in termini di mele e di semi.
In tal modo scopriamo che dal punto di vista sistemico le uniche
risoluzioni che possono dar frutto a partire dal contesto culturale per
arrivare a quello strutturale, spirituale e biofisico, sono soltanto quelle
sostenibili. Le soluzioni sono perciò quelle che generano moto e che si
rivelano sostenibili in quanto dinamicamente inserite in un circuito auto
rigenerante e non dissipativo. Ciò che Thomas Kuhn chiamò “ problemi e
soluzioni leciti”[1].
E in effetti già Lester Brown definisce con estrema semplicità il
problema dichiarando che “ Una società sostenibile è una società che soddisfa i
propri bisogni senza ridurre le prospettive delle generazioni future”[2]. Ma
noi aggiungeremmo anche “… e senza ridurre le prospettive delle generazioni
presenti”. Le fratture continue che si susseguono incessanti percorrendo il
mondo intero come l’onda di uno Tzunamy stanno provocando disagi e timori
dilaganti ovunque nel mondo imponendo una povertà mai conosciuta fino ad oggi
fatto salvo il medioevo e i periodi pre e post bellici. E a questa povertà non
si associa soltanto il malessere generale ma anche un senso di incertezza
provocato dal timore di dover essere come gli altri ma di non sapere come fare
per esserlo. L’individualità, la diversità, la forza interiore si assiepano
tutte dietro le porte della torre d’avorio dell’inganno e della persuasione.
Quest’inganno perdurato ormai centinaia di anni
affonda le sue radici in luoghi comuni che fanno da corollario a nefande
regole acquisite come naturali. Tra queste la visione del corpo umano come
macchina e come oggetto esteriore, la completa sottomissione della donna all'uomo in virtù di una ignota quanto improbabile legge naturale, fiducia in
un progresso materiale illimitato e perennemente in crescita, la lotta per la
competizione e la sopravvivenza (altra improbabile legge naturale e fisiologica
dell’uomo), o la convinzione che tutto ciò si lega indissolubilmente ad una
legge divina che vede nella fiducia nella tecnologia e nella crescita economica
l’unico sbocco alla sopravvivenza della specie. Tutto ciò sappiamo ormai che
non soltanto è un complesso di false verità ma anche che tali regole stanno
producendo finalmente l’arresto critico e sanguinoso della macchina sociale,
umana e intellettuale già da molto tempo annunciata. Si pensi soltanto al
“Problema Europa”. Il massimo che si è saputo fare è reiterare uno degli errori
poc’anzi citati e cioè unificare il continente europeo a partire dal denaro
prima ancora di creare un’identità comune ed una corretta mutua cooperazione.
Quale errore più grave costruire la forza di un paese ancora da formare
soltanto sul potere del denaro e dunque assecondando non soltanto banche,
multinazionali e manipolatori economici ma anche e soprattutto affidandosi a
quei paesi che già in partenza gestivano il massimo potere economico e
produttivo attraverso politiche nordiste di sfruttamento delle risorse del sud
del mondo. Inevitabilmente, in mancanza
di mutua assistenza e sull’onda di un valore economico inaccessibile al sud del
continente, si è creata una nazione fantasma che si regge soltanto sul valore
monetario cui fa capo la nazione più forte che impone a sua volta politiche
volte unicamente alla propria sopravvivenza nella speranza di un impossibile
adeguamento delle altre nazioni, senza nessun tipo di modello sociale e
politico che giustifichi realmente l’appartenenza dei paesi dell’unione europea
ad un ideale comune e ad una comune matrice secolare, storica e\o etnica o
semplicemente ideale.
È palese che tutto ciò non possa far altro che aumentare il divario
soprattutto tra nord e sud, tra ricchi (pochi) e poveri (troppi); le zone di
accessibilità si restringono sempre più creando sacche di resistenza, di rancori,
di sofferenza e di disoccupazione unitamente alla necessità di tentare di
rubare soltanto per mangiare o partire dai lidi traditori per andare verso un
orizzonte ignoto armati soltanto di speranza.
Risultato è una ennesima aggressione alla realtà prima dell’uomo poiché
ancora una volta si concede autorità all'unico ideale di crescita economica e
alla legge della competizione istigando ciecamente ed inesorabilmente alla
crescita tecnologica industriale e pervasiva in cui annoverare regole illegittime
che favoriscono solo chi quel potere lo detiene. Persino il cibo, l’acqua, le
produzioni d’ogni genere devono sottostare ad una regolamentazione farisaica
che di rado tiene conto della diversità, delle risorse, del potenziale umano,
dell’intelletto, della ragionevolezza, degli ideali e della sovranità di ogni
popolo oltre che della fragilità dei territori.
Molti prodotti nazionali si sono visti messi al bando e fuorilegge, da un
giorno all’altro, colpiti da una regolamentazione totalmente industriale e tecnologica
che vuole sottomettere la tradizione al controllo totale degli enti preposti,
ignari di qualsivoglia regola alchemica che ha sopravvissuto ai secoli e che
diviene obsoleta e colpevole perché priva di “tecnici” di laboratorio, di
locali asettici, di computerizzazione, e di ogni sorta di gestione massificata
e deturpata della sua naturale genuinità. L’essiccazione o la fermentazione
naturale deve essere forzata per rientrare nei modelli imposti da mercato. I
lieviti naturali diventano chimici perché più pratici e sicuri, gli aromi
naturali diventano soltanto copie sintetiche prodotte chimicamente, si
impongono edulcorazioni e sofisticazioni d’ogni sorta purché rispettose dei
meccanismi di mercato e si privatizzano le fonti d’acqua creando falsi livelli
di tossicità per regolamentare la gestione privata attraverso i canali
industriali, col risultato di bere a Caltanissetta l’acqua di del Monviso e a
Torino quella di Caltanissetta mentre le utenze del potabile crescono a
dismisura per ingrassare le tasche di assessori, di sindaci, di imprenditori
spregiudicati e conniventi con i poteri locali e soprattutto le tasche delle
grandi multinazionali come Nestlé e Monsanto.
D’altro canto poi si è dato anche un viatico incondizionato (non sempre
rispettato fino in fondo) a tutta una serie di elementi e valori innaturali e
potenzialmente pericolosi quali i famigerati OGM, ovvero quei prodotti
apparentemente naturali ma ottenuti attraverso la manipolazione genetica. Essi
hanno quasi sempre un impatto devastante sull'ambiente naturale perché proprio
le costose caratteristiche che lo distinguono da quello naturale hanno la
capacità di modificare impercettibilmente, inesorabilmente e per sempre
l’equilibrio naturale della vita biologica di questo pianeta. Se una pianta è
attaccabile da un insetto vuol dire che quell'insetto è parte integrante
dell’ambiente biofisico e dunque sarà pasto per altri esseri viventi. Se quell'insetto si estingue si porterà dietro nell'estinzione tutta la catena ad
esso legata o infetterà una parte del mondo circostante o, infine trasmetterà
deformazioni endemiche di riflesso alle specie che sopravvivono grazie ad un
sistema integrato di simbiosi mutualistica. A tutto questo va aggiunta
l’impossibilità pressoché totale dell’uomo inteso come diretto operatore della
gestione dello spazio ecologico di monitorare, armonizzare, osservare e indurre
i processi naturali a esprimersi al massimo delle loro potenzialità
risvegliando equilibri e dinamiche che fluidifichino e facilitino il passaggio
delle energie. L’OGM rappresenta una delle più subdole armi del potere
economico e l’arma incontrollabile più pericolosa, almeno quanto il nucleare.
Ancora oggi ci si chiede se il rischio di estinzione delle api non sia legato
proprio alla sperimentazione e all’invasione planetaria delle piante
geneticamente modificate. Ma la peggiore caratteristica dell’OgM Consiste nel
fatto che essendo prodotto tecnologico di laboratorio ed essendo anche soggetto
a diritti legali, una volta inserito obbligatoriamente sul mercato mondiale,
nulla osta che possa diventare un’arma biologica di controllo totale contro le
popolazioni. Nulla vieterebbe infatti, in teoria, di inserire tossine
biologiche ad attivazione controllata per determinare lo sterminio di una
popolazione ignara. Quale arma migliore di quella che passa per la nutrizione?
Inserire virus, tossine, e persino programmi di mutazione genetica che
provochino mali incurabili senza che nessuno abbia coscienza di come questi si
siano manifestati.
[1] S.Thomas
Kuhn , La struttura delle rivoluzioni
scientifiche, Einaudi, Torino 1969 (trad. it. Di Adriano Carugo)
[2] Lester R. Brown, Building a sustainable Society, Norton, New York 1984-94 cit. in F. Capra The web of the Life, Dobleday-Anchor Book, New York 1997
tratto da "AURORE" di Roberto Caravella


...qualche giorno fa mi ritrovo sulla bacheca questo pensiero: ""Nel campo artistico - musicale è importante creare l'effetto di mistero, di magia, di far credere che tutto sia metafisico, stimolando l'immaginazione del pubblico, dando una caratura "fantastica" agli esecutori; il Principe del mistero fu Paganini, non a caso definito "diabolico", egli con la sua destrezza tecnica e inventiva musicale e intellettuale ha divinizzato la sua immagine e la sua musica. Creare l'effetto di magia è comprensibile e giusto, ma tutta questo ha creato un equivoco culturale, vale a dire, è luogo comune pensare che la musica sia materia per sole persone estremamente portate e con qualità fuori dalla norma, e con questa affermazione, il pubblico ha cominciato a sentirsi a disagio nei confronti dell'ascolto della musica classica, perchè il sogno prodotto dalla musica sembrava appartenere all' esecutore, non a chi ascolta. L'Opera lirica, nata in Italia, ha stimolato il pubblico verso la percezione del sogno...il pubblico operistico, quando si reca a Teatro, entra dentro un film e se ne sente partecpe;
RispondiEliminacol passare del tempo, la musica sinfonica, o strumentale più in generale, è stata culturalmente condizionata dall'Opera, ho già accennato, in altri brevi articoli, il concetto di teatralità strumentale, per la quale, gli strumenti imitano la liricità e il melodismo Operistico, sostituendo ai cantanti e al coro, gli strumenti, in questo modo la musica sinfonica, in Italia, ha perso smalto e originalità interpretativa, propio perchè troppo dipendente dalla cultura operistica. Potrebbe, allora, essere interessante rivalutare la musica strumentale, in Italia, non andando alla ricerca del sogno operistico, ma concentrando l'attenzione degli interpreti e degli ascoltatori verso la razionale sensualità del suono...le leggi fisiche del suono e le regole dell'armonia e della composizione hanno di fatto creato un gusto musicale nel quale ci riconosciamo, perchè è la nostra cultura, è dentro di noi, l'intonazione e il fraseggio di una melodia o quando si fa uso di musica polifonica, di accordi, se tutto funziona si riesce a percepire uno stimolo particolare del nostro udito...una sensualità che ci avvolge...senza sapere il perchè...così...all'improvviso...sono convinto che la razionale e naturale sensualità del suono strumentale potrebbe sostituire l'incapacità della musica sinfonica di far immergere, nell'immediato, il pubblico nel mondo dei sogni...come in un film...quindi l'interprete non suonerebbe più come un mago...consapevole di non far capire i suoi trucchi al pubblico, come faceva Paganini...ad esempio...ma potrebbe essere messa in luce una nuova immagine dell'interprete o esecutore, quella cioè di mettere a disposizione dell'ascoltatore tutta la forza della razionalità e della comprensione tecnica teorica della musica e dello strumento, senza nascondersi, senza effetti scenici o sonori...la razionale sensualità del suono, a viso aperto e senza inganni. Per rivalutare la musica strumentale, in Italia, cameristica, sinfonica, o per sturmento solo che sia.
Infine, la musica strumentale in italia ha goduto di chiara fama, per quel che concerne la musica barocca, Corelli, Vivaldi ect...siamo stati grandi anche in questo repertorio...forse è arrivato il momento di seguire una strada più contemporanea e guardare anche gli autori più moderni""
Non trovandomi d'accordo non tanto con l'argomento trattato,lodevole averlo affrontato,quanto nei particolari,ho dato questa risposta:
RispondiElimina""il FAR CREDERE che tutto sia metafisico. La Musica e il momento musicale in se è già magia.. è mistero..è la cosa che è IN SE E PER SE ed il suo contrario,ciò che fuori e ciò che è dentro,ciò che è sopra e ciò che è sotto.. materia ed antimateria insieme ..luce ed ombra...la necessità non è tanto nel "far credere", che di per se implica una menzogna di base, ma nel palesare ciò che è verità in quanto cosa Naturale.Il Musicista che divinizza la Sua musica (interpretazione..tecnica...velocità) o se stesso percorre una strada che porta inevitabilmente ad un baratro: il confronto non- a parità -ma a livelli diversi su cui ci si pone, e sai bene che già questo è un "far credere" in quanto si può essere bravi oggettivamente su cose tecniche, ma non altrettanto nel co-muovere chi ti ascolta...La linea di confine è molto sottile e cadere in una delle due vie (la via del MOSTRARE la bravura e la Via DELL'ADATTARSI) è molto semplice e semplicistica in se, la "terza via" è molto più complessa...La musica strumentale,sinfonica,da camera, in quartetto, barocca, antica o quello che vuoi,così come il canto devono avere un'unica funzione senza necessariamente dover soccombere l'una all'altra o volersi imitare. La "forza della razionalità" non sempre aiuta in questo caso, non si può razionalizzare ciò che razionale non è,sarebbe come voler ingabbiare in regole fredde e aride ciò che di più istintivo c'è nell'essere umano..""
Purtroppo caro Roberto,ci stiamo avvicinando al vero paradigma ma c'è bisogno di "aiutare a vedere" :-)