venerdì 30 agosto 2013

Libera licitazione - L'uomo, la donna e il bicchiere - meditazioni sull'economia umana






Sono aduso, e spero di non essere il solo, a processi mentali ellittici, iperbolici… Non sempre facili da cogliere al volo. Come quando durante un pranzo esclamai all'improvviso: “A proposito di bicchieri…. Ci sono novità dal presidente del consiglio?” Alcuni commensali - praticamente tutti -  restarono per un momento molto lungo attoniti e smarriti… Bicchiere? Presidente del consiglio? Che senso aveva quel “a proposito” che avevo pronunciato? In realtà so che ora tutti cominceranno a provare il prurito della curiosità. Il punto della questione è soltanto che spesso mi ritrovo a pensare per algoritmi e quindi una parola può destare una sfilza lunghissima di associazioni mentali autonome “a pacchetti” per cui in brevissimi istanti si possono coprire distanze enormi. Riassumendo con estrema sintesi il processo che mi aveva condotto dal bicchiere allora presidente del consiglio  – come poi spiegai all’auditorio divertito – era pressappoco Bicchiere… vaso… tazza… 
Ok, si è capito suppongo… non fatemi andare oltre. Il pensiero non può essere privato del libero giudizio… ma fermiamoci qua.
Questo mio introdurre vorrebbe allenare il malcapitato lettore al passo successivo che sempre affonda il passo nel molle terreno delle associazioni mentali. Insomma come andare da Adamo e d Eva al primo passo sull’Iran o sulla Siria… ( La luna è ormai cosa vecchia…). Il punto è l’uomo e la donna.
Sapevo che avreste strabuzzato gli occhi. Ma che cavolo c’entra l’uomo e la donna con la Siria e (aggiungo io) con la grande crisi odierna? C’entra, c’entra… e c’entra anche spunto e “pas de deux” o “paso doble” come musica d’accompagnamento per una gustosa e ricca Resistenza  (o come preferirei “Rivoluzione”) allo Status quo politico, sociale ed economico in cui versiamo…. Bene vediamo di arrivarci sciogliendo almeno gli algoritmi principali nelle loro stringhe essenziali.
Il mozartiano motto soleva cantare: “Una donna a quindici anni…” Chi tra noi ha vissuto o vive la presenza di un figlio più o meno quindicenne o comunque nel pieno dell’adolescenza, sa benissimo che a parità di anni, c’è una fondamentale differenza tra maschi e femmine ed è critta nella famosa “legge di Lucy” e cioè che: per ogni maschio che trascura le sue doti di Uomo c’è una Donna che tralascia le sue capacità femminili”. Ohssanti! Questa è complicata… la spiego.  In adolescenza il maschietto cerca di valutare al massimo le sue potenzialità maschili tralasciando ogni altra cosa che lo connoti come “uomo”; si traveste, si fa macho, si fa trasgressivo, riluttante, reticente, impermeabile a qualsiasi cosa che soltanto essudi minime stille di responsabilità e/o affidabilità… tutto si concentra nel vortice feromonico che parte da uno sperduto angolo di una ipotetica pituitaria per confluire come un fiume in piena in altre ghiandole….
La femmina opera, nonostante le apparenze esattamente al contrario (son sempre salve tutte le eccezioni in entrambi i sessi, si intende…). Avendo esse – a parità di anni – già affrontato il delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza, si trovano nella condizione in cui la trasgressione non è che un gioco che al momento opportuno viene dismesso per fare cose diverse… Capita quindi che mentre per una donna la necessità e la contingenza sono contenute dentro un recinto i cui limiti estremi sono rappresentati dal sogno e dalla trasgressione per il maschio risulta l’esatto opposto e cioè che la trasgressione e le apparenze sono rinchiuse dentro una sorta di gabbia le cui sbarre sono, appunto, la contingenza e la responsabilità.  Il maschietto uscirà da questo recinto solo nel momento in cui verrà in qualche modo “addomesticato” dalla donna che si presterà ad essere femmina solo per il tempo necessario al gioco e alla trasgressione. Terminato ciò tornerà ad impegnarsi nelle cose necessarie (lo studio, la danza, l’arte, la politica, il babysitteraggio, il lavoro etc…). Il maschietto invece terminato il gioco andrà a comprarsi la maglietta, a farsi il peircing o il tatuaggio… magari una birretta, una canna e una cazzeggio….
Insomma la donna lavora, lavora, lavora e poi pensa, si rilassa, sogna, progetta, dubita, riflette…
L’uomo pensa, progetta, riflette, pensa, sogna, beve una birra, pensa ancora, gioca… e nei ritagli di tempo lavora un pochino, quanto basta per aver a posto la coscienza…
Ripeto, esagero solo per operare una sintesi non per fare di tutta l’erba del mondo un immenso covone…
Sicché qualche adolescente coi domanda: “ma com'è che prima, quando io non ci pensavo, quella tipa mi stuzzicava, e mi dava i bacini e ora, quando lo faccio io fa la ritrosa?”
Risposta assolutamente generica che viene in mente ad ogni padre: “forse perché lei vuole giocare ma si è anche accorta che sei un po’ farfallone? Sai, le ragazze alla fin fine amano la trasgressione, come te, ma poi sanno che quando è il momento bisogna tornare alle cose importanti. E quindi il tipo trasgressivo (farfallone amoroso) magari non da senso di sicurezza e di affidabilità. Quindi finché è un gioco si gioca, ma se mostri un interesse vuol dire che la cosa può diventare seria e allora sei costretto a mostrarti affidabile, e li son dolori...
Si perché, figliolo mio caro, ci sono ormai rimasti solo due generi umani: i conformisti e gli anticonformisti. Oggi la società moderna non conosce altre categorie. Tuttavia in entrambe le fazioni esistono due ulteriori suddivisioni rispettive: Nella categoria dei conformisti vi sono quelli che si conformano per necessità e quelli che lo fanno per convinzione dettata da abitudini inveterate…  Gli anticonformisti invece si dividono in provocatori ad oltranza e provocatori sapienti. Va da sé che i primi, ossessionati dalla necessità di provocare si tramutano in anticonformisti estremamente conformisti loro malgrado: alzano creste capellute e gelificate, peircing in ogni parte del corpo, tatuaggi, canne, alcool e chippiùnehappiùnemetta…. Purché si riesca a stupire, scandalizzare e provocare l’altro fingendo di cantare fuori da un coro che nel frattempo schiamazza ovunque senza ritmo, intonazione e tempo… insomma quest’anticonformista si tramuta in una altro genere di conformismo che tanto ha da dare a quei conformisti che da questi atteggiamenti apparentemente trasgressivi traggono moltissimi vantaggi, non ultimo quello economico…
C’è poi l’anticonformista sapiente, ma quello è un genere raro e poco apprezzato… spesso ci lascia le penne, in un modo o nell'altro o finisce in qualche bottega partigiana, in qualche movimento sospetto, viene tacciato di terrorismo o persino finisce col diventare presidente di una grande Repubblica con finale da copione (morto ammazzato o fatto suicidare da abili killers…). Quest’anticonformista ti mette sempre davanti alla realtà e si mette sempre dalla parte di quel senso di giustizia che attiene al mondo vero, quello degli uomini liberi ma gonfi di una moralità universale che ha quasi del divino. Uomini armati di volontà ferrea davanti a ingiustizie e soprusi… insomma, che dire quelli come Buddha, come Cristo, o più giuù verso la terra come Luther King, Mandela, Allende, Mossadech, Arbenz, Aguilera, Torrijos e Dio solo sa quanti altri… (a me verrebbe in mente persino Hussein e Gheddafi… ma rischio l’impopolarità e fors’anche un certo qual odio “indiscipli-Nato”…  
Passiamo infine ai conformisti. Ah, quelli si che sono il vero esercito! Un esercito indomabile perché cieco più di una feroce e combattiva tarma. Il conformista per necessità è quello che combatte soltanto contro il cotidie cercando di dimenticare un mondo che nel frattempo lo plasma notte e giorno in modo subliminale con qualsiasi mezzo di persuasione. E’ quello che ripete stanco e assonnato: “Tanto, è così….. mica puoi cambiare le cose?” e giù a inghiottire bocconi amari perché non c’è altro da fare: se vuoi la macchina… c’è poco da fare: devi lavorare, fare debiti, lavorare, pagare quei debiti, lavorare, chiedere prestiti, lavorare, non farti nemici, lavorare, sognare, lavorare, dire di si al capo stringendosi tra pollice e indice il coglione sinistro per non azzannarlo e perdere il… lavoro, e poi il centro commerciale, lavorare e mandare i figli a scuola, lavorare e vedersi prosciugare la busta paga ad ogni mese di più, lavorare sperando di non perdere quel lavoro… Ecco il conformista: quello che si divertiva guardando la pubblicità della Moplen….
Poi c’è il conformista inveterato. Quello che lo fa non soltanto per scelta personale ma anche perché è nato in quegli ambienti dove non sembra neanche necessario sembrare conformisti per esserlo… Sono quelli nati in un certo qual benessere economico e abituati a maneggiar denaro di famiglia o comunque facilitati dal flusso economico che scaturiva dai rubinetti di famiglia…. Sono quelli che in un deserto non saprebbero cosa fare senza un computer e una connessione internet per controllare l’andamento degli ultimi pacchetti azionari acquistati dall'amico in cambio di una concessione amministrativa del collega amico dell’avvocato che lavora come consulente esterno in Regione o al ministero….
Sono quelli che se non vestono giacca e cravatta per andare al Ministero con qualche incarico diplomatico sgusciano silenziosi nei locali più scalmanati e alla moda del mondo per far bisboccia e acchiappanza fino alle 5 del mattino…. Dormire un paio d’ore e rivestirsi (giacca e cravatta) per correre nuovamente al Ministero a leccare il culo a chissacchì per chissaccosa e perchissaquanto…. Tanto non importa sapere di più, le cose vanno così e va bene che lo facciano, perché se cambiassero sarebbe una vera tragedia.
Sono questi quelli che rappresentano l’esercito degli ufficiali e dei sottoufficiali della politica e dell’economia del mondo moderno, quelli che aprono le porte ai convincimenti e alle regole del conformismo. Quelli che aprono le porte alle invasioni barbariche, agli omicidi eccellenti, che lasciano porte aperte dietro di sé per rovesciare governi e fiutare affari… sono quelli che in qualche modo stendono tappeti rossi alle multinazionali e armano ribelli ma poi ti parlano di giusto e sbagliato, sorridono alle battute sarcastiche guizzano con motti di spirito preconfezionati, ma non dimenticano mai di sedersi per ultimi ad un tavolo e mai prima di aver accomodato la signora di turno con gesto galante…
Eccoci quasi alla fine dell’algoritmo pazientate… se vi va…
Ecco dunque che le femminucce sono o divengono artefici (spesso inconsapevoli) della maturazione dei maschietti adolescenti poiché finché c’è il gioco, la trasgressione, è lecito gioco di parti spesso istruttivo; ma quando il gioco termina la trasgressione si estingue e si cerca coerenza, solidità, affidabilità, ascolto, fiducia e riflessione…. Insomma la giovane fanciulla cerca altro cui affidare i propri sentimenti e così lascia lo smarrito smarrito adolescente trasgressore nel dubbio di non aver capito perché si è voltata e gli ha negato l’ultimo bacio… Questo è il meccanismo con cui pian piano molti adolescenti crescono. Addestrati dalle Femmine prima e dalle Donne poi sul cosa è opportuno fare o non fare... come va la vita, insomma. Da cui il detto ormai celebre “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”
Ora licitiamo un piccolo sforzo in più alle donne perché, visto che così sembra essere l’andazzo, preferiremmo che fossero più “Donne” e meno maschili per competere con questo sesso non grandemente forte come vorrebbe far credere la società… E lo dico proprio perché potrebbero continuare ad istruire consapevolmente i propri figli (le donne, dico) non ponendogli in mano i principi di mascolinità e di forza come vorrebbe la società dei padri (che serve solo a difendere come un principe azzurro quando va bene, altrimenti a menare le mogli quando si è ubriachi…) ma offrendo loro principi di onore, rispetto, riflessività, coraggio e paura, eloquenza e dignità… Hai visto mai che il bicchiere riesca prima o poi a diventar calice invece di tazza?

Roberto Caravella

Instasis



Da:
Il Rovinoso Incanto
di R. Caravella


Non ci si scandalizzi se una volta tanto non si parla di denaro o di
“lavoro”; di qualunque cosa si discuta o si contesti, la quintessenza, il
senso reale, il nocciolo incandescente del male è solo uno: la società sta
smarrendo sempre più l’arte come sacralità del percepire, del porgere; e
con essa ogni suo confine evapora in un nulla. Non rida lo stolto, né
smerigli una smorfia il pavido superbo. Si sono confusi i confini, si è
secolarizzato nell’usura il pensiero comune, il bisogno della ricerca
individuale, il senso del com-patire: non soltanto nel dolore ma anche nel
sentire, così, semplicemente come pura contiguità. L’anima si abbarbica
disperata sempre più a vene occluse, a muscoli “scolpiti”, a pensieri di
pietra, tecnologici e materiali, fatti di una crepuscolare solidità che
risuona di clangore ferroso e da cui, perfetto, trasuda l’identico sapore di
un sangue avvizzito; arrugginito dal trasandato trascinarsi fra torri
d’avorio traboccanti di illusioni, colme di fragili sogni e senza memoria.
E’ un cattivo modo di passare i giorni senza “farsi meraviglia”.
Che arte è il vivere senza meraviglia? Che vivere è senza la meraviglia
dell’arte? Che senso può mai avere il perdersi senza partire? O senza
patire: turbamento inquieto e curioso dello scoprire di continuo la
possibilità di stringere la vita, perforarne il velo del suo confine per
andare oltre, magari senza vedere. “Farsi meraviglia” è far nuova ogni
cosa, senza certezze. Senza improbabili certezze. E l’arte, purché non
edificata sulla celebrazione del sé ma aperta sull’immoto Tempo Perfetto,
foriero di maraviglia e di stupore, ti rende libero senza inganno. E’
un’arte sottile e lieve ma dura come può essere la fede. Ma la fede è per
sua natura solida come un macigno; l’arte no, è un battito d’ali, un
palpito leggero e fragile che ondeggia eternamente e indistruttibile sul
soffio dell’anima volta alla conquista della vita. Ma come resisti, o vita?
Esclama il poeta animato da stupore perfetto e puntuto come la cuspide
di una picca che il tempo rende sempre più acuminata e pungente. Lo
stupore ricoglie per ciò che è nuovo come per il tempo che rimane, per
un mattino che ci lascia o per il sonno che viene, lo stupore è più grande
del nostro giudicare anche quando sgretola le nostre friabili e incrollabili
certezze.
Abbiamo smarrito, ma francamente non per nostra totale colpa, l’arte
della meraviglia, e ci si schernisce con fare adolescenziale trincerandosi
dietro il timore di incappare in uno stato di eterna, sciocca e inebetita
follia. Ma per far questo si corre dietro una chimica follia che ti uccide
silenziosa dietro la maschera di falsi stupori, falsi coraggi, falsi sogni,
pericolosi declivi irti di incosciente cinismo che riduce senza pietà i
confini della vita, quella che ci circonda da ogni parte, quella che ci
trapassa come una spada, che ci ferisce senza uccidere, quella che sceglie
di manifestarsi il più possibile lontano da Dio facendosi carne e bevendo
la morte soltanto per scoprire di essere Dio in qualunque forma. Ma in
questo gioco d’identità non può esistere e sussistere dissimulazione
poiché non è con la trasandata e ipocrita perfezione virtuosistica d’attori
consumati che mettiamo in atto ogni istante del nostro diurno, che
riusciremo ad essere dio se non per un fugace momento vissuto sotto un
occhio di bue nel tentativo di convincere chi sa di mentire e di avere di
fronte chi mente. No, lo stupore vero di questo gioco si consuma nel
silenzio, in quei luoghi oscuri e pervasi di lucore algido in cui è
impossibile mentire, da cui non può sfuggire nessuna verità e dove nulla
può travestirsi da menzogna. E’ quel mirabile silenzio che apre e
conchiude le nostre esistenze, eterno e immortale come un dio al quale è
impossibile mentire. Lì si cela lo stupore, lì si apre l’uscio della meraviglia
dove l’attore può recitare la sua interpretazione migliore: quella di se
stesso. Quel giardino in cui l’artista diviene povero, non di denaro ma di
materiali, affinché un solo soggetto possa stupire per quante anime lo
possiedono e ne plasmino le forme. Come il canto divino ha plasmato
tutto così un solo suono, un solo colore, una sola parola, un solo sapore,
un tocco, un bacio, nel farsi carne diviene strumento del vivere, fiore
spontaneo del farsi meraviglia.
Si dolga l’opprimente governatore malato di mal d’avorio: Lo stupore lo
coglierà di sorpresa, allorché ciò che credette solido si liquefece e ciò che
gli parve fragile lo travolse come un diluvio possente mostrandogli tutta
la sua inutile inconsistente certezza.
Il vero sapere è nell’autentico sentire attraverso la meraviglia,
declinazione devota di ogni giudicare, di ogni misura, di ogni calcolo e di
ogni confine. Luogo in cui il patire e il com-patire si fa dignità, pienezza
e potenza.

mercoledì 28 agosto 2013

PRESA DI COSCIENZA – I NUOVI PARADIGMI



1
Introduzione

L’idea di libertà è ormai al collasso totale. Questo fantasma suadente è a questo punto un mito incompreso, sconosciuto e la parola che la evoca è talmente abusata da renderla pericolosa e mortifera come amaro assenzio. Si parla di libertà chiusi dentro grattacieli, si parla di libertà attendendo uno stipendio, si parla di libertà uccidendo milioni di persone, si parla di libertà sapendo di mentire e cercando sostegno nelle connivenze colpevoli. Si parla di libertà senza rendersi conto di tutte quelle catene che ci opprimono, parlando al cellulare, guidando una costosa automobile, guardando la televisione scrivendo o blaterando davanti ad un computer. Si parla di libertà sapendo perfettamente che essa procede immancabilmente dalla nostra inderogabile schiavitù. Ma l’uomo libero, si sa da sempre, è soltanto colui che possiede se stesso e sa farlo bastare. L’umanità nuda di Cristo, del Buddha Siddharta, di Juan de la Cruz, di Francesco, di Muahmmadh sono soltanto minimi esempi e minuscoli segnali. Spesso si confondono con la poesia e con la filosofia e sempre – non più “spesso” – si ripongono con molle leggerezza nel cassetto delle utopie, i luoghi non luoghi, le città sognate, quei giochi da Hypnerotomachia, nelle impossibili chimere che cozzano e stridono instancabilmente con la “realtà”.
Ma di quale realtà si vuole parlare? Quella dei potenti o quella intima che ci appare come un fardello troppo pesante da portare sulle spalle?
Analizzando la realtà dei potenti e dei persuasori occulti asserragliati nelle loro torri d’avorio vediamo presto che libertà è un concetto assurdo e paradossale. La libertà che ci offrono è fatta di un combattimento senza fine, senza vinti ne vincitori in cui è libero solo chi è perfettamente schiavo. Schiavo del suo denaro, schiavo del suo partito, schiavo della sua stessa libertà. La libertà dentro le torri d’avorio si persegue combattendo fuori del mondo reale, tra computer, tra strade affollate, dentro automobili, nei telegiornali, costruendo grattacieli, scalando multinazionali, ignorandosi gli uni con gli altri e restando soli di fronte ad una libertà opprimente che non soddisfa - ne mai lo farà - nessuno dei veri bisogni. E’ una libertà che si conquista con la competizione, con la forza, con la sottomissione.
Una libertà fondata sul commercio e sull'accumulo di ricchezze inutili forse non è una libertà vera, una libertà che opprime l’altro, il diverso, il povero, non è vera libertà ma assoluta e incondizionata schiavitù. Libertà non è dipendenza da un sogno impossibile, da un grammo di botulino, da una giovinezza che “deve” trascorrere o da una ricchezza che ti isola dal mondo, dai pensieri creativi, dall’equilibrio interiore, dalla memoria di sé.
Si parla di libertà appestando e disgregando con indolenza, disattenzione e superficialità un mondo che è unico in tutto l’orizzonte delle nostre conoscenze più avanzate. L’esempio al quale mi affido spesso è quello dell’uomo sull'albero.
Un uomo si mette in salvo sul ramo di un albero scacciando ogni suo simile con violenza  e lasciando vicino a sé solo chi gli è obbediente. Ma ben presto ha fame e per paura di cadere o soltanto per svogliatezza coglie tutti i frutti che sono a portata di mano. Dopo un po’ ha anche freddo e pensa al calore, al fuoco, e allora comincia a tagliare i rami a cui può accedere. Cala la notte e ha di nuovo fame e freddo allora taglia l’ultimo ramo che ha a disposizione per bruciarlo ma non fa in tempo ad accorgersi che quel ramo è proprio quello su cui è seduto e dal quale cadrà insieme ai suoi fedeli.
Questa è l’umanità che conosciamo. Questa è l’umanità che genera quel paradigma di falsa libertà.
In nome del potere del denaro stiamo segando il ramo su cui viviamo e lo stiamo dando alle fiamme. Il mondo incenerisce giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, ha sempre meno da offrirci ma noi gli chiediamo sempre di più. La nostra libertà, quella che ci fanno sognare, ci rende finti padroni, dei beceri Trimalcioni che sprecano ogni risorsa con la stessa superficialità di un bambino insolente, viziato e sciocco. Per continuare questo sogno bisognerà sfruttare altri Trimalcioni, conquistare, distruggere annientare e continuare a sfruttare selvaggiamente fino a consumare l’ultimo ramo che ci permette di sopravvivere. Il danno irreversibile è già alle porte da molto tempo, eppure si parla di spread, di welfare, di titoli, di prezzi del petrolio, di politiche internazionali tacendo il più possibile su una cruda e semplicissima verità: la reale esiguità delle  risorse del mondo ed i reali bisogni dell’umanità. Ma più di ogni altra cosa si tace pubblicamente sul ruolo che l’umanità deve necessariamente avere  nei confronti della sua terra, piccolo sasso miracoloso gettato nelle profondità buie dell’universo.
Il paradigma deve cambiare, subito e per sempre. Deve avviare l’umanità verso la creazione di un altro modello che  contempli il principio stravolgente (per la nostra modernità e per la nostra concezione tecnologica) di non essere al di sopra di altri né al di sopra e al di fuori della sfera naturale. Sappiamo essere una schiera antropocentristica pronta a lapidare chiunque si azzardi a detronizzare l’uomo dal suo potere su tutto e su tutti; tuttavia la cruda realtà (o comunque una enorme percentuale di essa) ci dice che l’uomo in quanto essere biologico è soltanto uno dei loci del mondo e, a dirla tutta, neanche il più importante. Senza l’uomo la terra continua a vivere indisturbata, senza le api, ad esempio soffrirebbe molto di più e, infine senza le specie animali e vegetali o senza acqua morirebbe.
L’unico valore aggiunto dell’umanità è non il potere ma la sua gestione, che è notoriamente cosa ben diversa e ardua. Il mondo soffrirebbe della mancanza umana solo quando e se l’uomo imparasse a riconoscere gli equilibri e a favorire il loro fluire all'interno della cellula vivente chiamata Terra. Piegarla o modificarla equivale solo a mortificarla; ma con questo termine mi dirigo precipitosamente verso il suo etimo generante che ha la radice in “morte”, appunto.
 Ma il nuovo paradigma non deve necessariamente privarsi dell’intelletto e delle sue conquiste ne lasciar credere che il ritorno all'età della pietra sia la soluzione. Non è tornando alla condizione animale che l’umanità può ritrovare il senso di equilibrio o, quantomeno, non è l’unico modo certo. Quel che è certo invece è la condizione di pastoforia - che bisogna conquistare e gestire – che suggerisce la via di scampo. Il possesso intimo del senso delle cose, degli equilibri, della giustizia e dell’equità sono quegli elementi che dirimono ogni contrasto tra l’essere umano e la sua dimensione vitale. Pastofori e Pastori del mondo, questo devono diventare gli uomini e le donne, custodi della vita e dei suoi segni; su questo paradigma si fonda ogni presente e ogni futuro. Dalla sapienza salomonica dipende il futuro dell’umanità; concedere dunque spazio alla coscienza e all'intelletto per metterlo a servizio della madre terra: questa è sapienza poiché questo genera frutti d’ogni sorta.
Tutto ciò allude al fatto che noi tutti abbiamo creato un mondo estraneo al mondo stesso, una fantasia perversa che distrugge come un cancro ogni cosa che tocca e, alla fine del percorso, vi è sempre la difficoltà di gestione (come nel caso del nucleare) per mancanza di giudizio, per miopia, e per avidità di beneficio a breve termine.
Il mondo che abbiamo creato e di cui siamo inconsapevolmente schiavi non è una realtà ma una proiezione sinistra dei nostri desideri più biechi, infantili e sgradevoli che qualunque divinità selvatica e violenta potrebbe mai soltanto immaginare. E in questo possiamo ben sentirci orgogliosi di provare e mostrare la nostra personale e inutile divinità. Non c’è nulla che l’uomo faccia realmente per assecondare la vita profonda e il naturale respiro del mondo così come non c’è assolutamente nulla che l’uomo faccia per nutrire e assecondare l’anima.
Tutto ciò che è in grado di fare è soltanto arginare la propria irruenza e la propria falsità per mezzo di leggi scritte per essere trasgredite, buchi giuridici, abissi di fraudolenza contornati da leggi che mangiano se stesse. E tutto questo soltanto perché chi fa le leggi ha il triste compito di conoscere nel profondo la natura umana e prevenirne ogni orribile parto divenendo a sua volta una spina nel fianco.
Nel nuovo paradigma invece la legge reale è già ascritta nel codice genetico ed è molto semplice ed essenziale: poche regole assolute invece che milioni di comma che prosciolgono quelli che li precedono.
Uno fra tutti è, ad esempio, il biblico “non rubare”. Un qualsiasi fariseo interpreterebbe un simile comandamento come un dogma assoluto che punisce il colpevole con la pena giudicata congrua. Abbiamo ancora sotto i nostri occhi il dolore, lo spavento, la pena di quel bimbo iraniano di soli sette anni costretto a subire la rottura del braccio sotto le ruote di un camion come punizione per aver rubato. Ci venne detto che doveva essere una punizione esemplare e comunque facemmo fatica ad accettarla, ma quando ci venne confermato che il bimbo aveva commesso quel gesto soltanto per fame allora l’indignazione tracimò con tutta la violenza immaginabile. La legge era stata violata, si, ma non dal bimbo. Il colpevole era chi aveva rubato a quel bimbo il suo diritto a sfamarsi. Il vero colpevole è rimasto impunito, dunque, e ha pagato ancora una volta l’innocente.
Ancora una volta il paradigma si rivela luminoso nella sua essenza perché tende ad individuare le vere cause e non quelle apparenti, a risolvere la depressione partendo non dall'effetto ma dalla causa prima. Il fariseo giudica e punisce il colpevole credendo di essere nel giusto perché segue le regole. Il giusto sovverte le regole se queste non sono giuste. Chi ha sottratto la libertà di procacciarsi il cibo, chi si appropria di un diritto comune e pone una legge di priorità per rendere colpevole l’altro è per primo colpevole e punibile. E’ giusto chi si adopera affinché nessuno debba trovarsi nelle condizioni di dover fare qualcosa contro la legge. Pertanto bisognerà chiedersi sempre quanto e per chi realmente quella legge è giusta.
Pertanto stiamo intravedendo la possibilità di capovolgere i vecchi paradigmi per definire quello nuovo in cui chi si appropria indebitamente delle risorse comuni al solo scopo di arricchimento personale è l’unico responsabile del crimine in quanto obbligherà altri simili – impossibilitati a procacciarsi quel bene ormai privato – a commettere ciò che un fariseo indicherà comunemente come “crimine”. Ecco che il detentore della legalità non faticherà molto a riequilibrare le alchimie umane in base al nuovo paradigma perché il suo compito sarà quello di ridurre all’essenzialità una regola che potrebbe persino non essere scritta.
Nel nuovo paradigma si scorge immediatamente l’anello debole e la rete di interconnessioni che conduce alla crisi e la si evita assecondando l’equilibrio e la fluidità di tutte le sue parti. Minoranza e maggioranza sono sistemi precari che devono avere come prodotto equilibrio e fluidità tendenti a zero. Infatti nella maggioranza si rivela il caos, la dissipazione e l’inquietudine; nella minoranza invece è sottesa la completa sottomissione rispetto alla maggioranza il che provoca depressione e annullamento soltanto in una parte provocando poi, a sua volta, completa dissipazione del sistema. Questo pur nella sua forza maggioritaria non possiede più fluidità ne movimento e rischia a sua volta il collasso totale.
Questo è ciò che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi. Non soltanto stiamo deliberatamente estinguendo migliaia di forme di vita biologica, ma anche le risorse e, come se non bastasse, abbiamo creato una serie di leggi costruite intorno al potere che tendono ad annientare anche la vita umana in tutte le sue manifestazioni. Intere popolazioni annientate, continenti devastati e assoggettati al volere del potere “democratico” costituito, creazione di una ricchezza inutilmente spropositata e dannosa che uccide ogni giorno milioni di anime impossibilitate a riscattarsi da questo potere in nome delle droghe ideologiche a cui vengono assoggettati.
Il nuovo paradigma compie un passo arduo ed eroico scorgendo ed eliminando il vero anello debole di questa catena che è il disconoscimento del potere improprio, indicando cioè quale vero responsabile colui che sottrae per punire chi a questi sottrae. Se ci sono soltanto due mele e due persone sarà necessario che le due persone sappiano dividersele equamente; se l’uno o l’altro correrà più in fretta e le prenderà entrambe (pur sapendo che una gli è soverchia) e affermando su di esse la proprietà legale non tarderà molto che l’altro, stremato dalla fame, cercherà prima o poi di sottrargliela macchiandosi della colpa annunciata.
Nel nuovo paradigma non soltanto si sviluppa questo arcaico e sano concetto, ma si va molto al di là di questo e lo si perfeziona supponendo che ognuno debba avere la sua mela e che entrambi cooperino raccogliendone i semi e ricavandone molti più frutti di quanto necessitino e, infine, dare ad altri ciò che esubera i loro bisogni reali in termini di mele e di semi.
In tal modo scopriamo che dal punto di vista sistemico le uniche risoluzioni che possono dar frutto a partire dal contesto culturale per arrivare a quello strutturale, spirituale e biofisico, sono soltanto quelle sostenibili. Le soluzioni sono perciò quelle che generano moto e che si rivelano sostenibili in quanto dinamicamente inserite in un circuito auto rigenerante e non dissipativo. Ciò che Thomas Kuhn chiamò “ problemi e soluzioni leciti”[1].



E in effetti già Lester Brown definisce con estrema semplicità il problema dichiarando che “ Una società sostenibile è una società che soddisfa i propri bisogni senza ridurre le prospettive delle generazioni future”[2]. Ma noi aggiungeremmo anche “… e senza ridurre le prospettive delle generazioni presenti”. Le fratture continue che si susseguono incessanti percorrendo il mondo intero come l’onda di uno Tzunamy stanno provocando disagi e timori dilaganti ovunque nel mondo imponendo una povertà mai conosciuta fino ad oggi fatto salvo il medioevo e i periodi pre e post bellici. E a questa povertà non si associa soltanto il malessere generale ma anche un senso di incertezza provocato dal timore di dover essere come gli altri ma di non sapere come fare per esserlo. L’individualità, la diversità, la forza interiore si assiepano tutte dietro le porte della torre d’avorio dell’inganno e della persuasione. Quest’inganno perdurato ormai centinaia di anni  affonda le sue radici in luoghi comuni che fanno da corollario a nefande regole acquisite come naturali. Tra queste la visione del corpo umano come macchina e come oggetto esteriore, la completa sottomissione della donna all'uomo in virtù di una ignota quanto improbabile legge naturale, fiducia in un progresso materiale illimitato e perennemente in crescita, la lotta per la competizione e la sopravvivenza (altra improbabile legge naturale e fisiologica dell’uomo), o la convinzione che tutto ciò si lega indissolubilmente ad una legge divina che vede nella fiducia nella tecnologia e nella crescita economica l’unico sbocco alla sopravvivenza della specie. Tutto ciò sappiamo ormai che non soltanto è un complesso di false verità ma anche che tali regole stanno producendo finalmente l’arresto critico e sanguinoso della macchina sociale, umana e intellettuale già da molto tempo annunciata. Si pensi soltanto al “Problema Europa”. Il massimo che si è saputo fare è reiterare uno degli errori poc’anzi citati e cioè unificare il continente europeo a partire dal denaro prima ancora di creare un’identità comune ed una corretta mutua cooperazione. Quale errore più grave costruire la forza di un paese ancora da formare soltanto sul potere del denaro e dunque assecondando non soltanto banche, multinazionali e manipolatori economici ma anche e soprattutto affidandosi a quei paesi che già in partenza gestivano il massimo potere economico e produttivo attraverso politiche nordiste di sfruttamento delle risorse del sud del mondo.  Inevitabilmente, in mancanza di mutua assistenza e sull’onda di un valore economico inaccessibile al sud del continente, si è creata una nazione fantasma che si regge soltanto sul valore monetario cui fa capo la nazione più forte che impone a sua volta politiche volte unicamente alla propria sopravvivenza nella speranza di un impossibile adeguamento delle altre nazioni, senza nessun tipo di modello sociale e politico che giustifichi realmente l’appartenenza dei paesi dell’unione europea ad un ideale comune e ad una comune matrice secolare, storica e\o etnica o semplicemente ideale.
È palese che tutto ciò non possa far altro che aumentare il divario soprattutto tra nord e sud, tra ricchi (pochi) e poveri (troppi); le zone di accessibilità si restringono sempre più creando sacche di resistenza, di rancori, di sofferenza e di disoccupazione unitamente alla necessità di tentare di rubare soltanto per mangiare o partire dai lidi traditori per andare verso un orizzonte ignoto armati soltanto di speranza.
Risultato è una ennesima aggressione alla realtà prima dell’uomo poiché ancora una volta si concede autorità all'unico ideale di crescita economica e alla legge della competizione istigando ciecamente ed inesorabilmente alla crescita tecnologica industriale e pervasiva in cui annoverare regole illegittime che favoriscono solo chi quel potere lo detiene. Persino il cibo, l’acqua, le produzioni d’ogni genere devono sottostare ad una regolamentazione farisaica che di rado tiene conto della diversità, delle risorse, del potenziale umano, dell’intelletto, della ragionevolezza, degli ideali e della sovranità di ogni popolo oltre che della fragilità dei territori.
Molti prodotti nazionali si sono visti messi al bando e fuorilegge, da un giorno all’altro, colpiti da una regolamentazione totalmente industriale e tecnologica che vuole sottomettere la tradizione al controllo totale degli enti preposti, ignari di qualsivoglia regola alchemica che ha sopravvissuto ai secoli e che diviene obsoleta e colpevole perché priva di “tecnici” di laboratorio, di locali asettici, di computerizzazione, e di ogni sorta di gestione massificata e deturpata della sua naturale genuinità. L’essiccazione o la fermentazione naturale deve essere forzata per rientrare nei modelli imposti da mercato. I lieviti naturali diventano chimici perché più pratici e sicuri, gli aromi naturali diventano soltanto copie sintetiche prodotte chimicamente, si impongono edulcorazioni e sofisticazioni d’ogni sorta purché rispettose dei meccanismi di mercato e si privatizzano le fonti d’acqua creando falsi livelli di tossicità per regolamentare la gestione privata attraverso i canali industriali, col risultato di bere a Caltanissetta l’acqua di del Monviso e a Torino quella di Caltanissetta mentre le utenze del potabile crescono a dismisura per ingrassare le tasche di assessori, di sindaci, di imprenditori spregiudicati e conniventi con i poteri locali e soprattutto le tasche delle grandi multinazionali come Nestlé e Monsanto.
D’altro canto poi si è dato anche un viatico incondizionato (non sempre rispettato fino in fondo) a tutta una serie di elementi e valori innaturali e potenzialmente pericolosi quali i famigerati OGM, ovvero quei prodotti apparentemente naturali ma ottenuti attraverso la manipolazione genetica. Essi hanno quasi sempre un impatto devastante sull'ambiente naturale perché proprio le costose caratteristiche che lo distinguono da quello naturale hanno la capacità di modificare impercettibilmente, inesorabilmente e per sempre l’equilibrio naturale della vita biologica di questo pianeta. Se una pianta è attaccabile da un insetto vuol dire che quell'insetto è parte integrante dell’ambiente biofisico e dunque sarà pasto per altri esseri viventi. Se quell'insetto si estingue si porterà dietro nell'estinzione tutta la catena ad esso legata o infetterà una parte del mondo circostante o, infine trasmetterà deformazioni endemiche di riflesso alle specie che sopravvivono grazie ad un sistema integrato di simbiosi mutualistica. A tutto questo va aggiunta l’impossibilità pressoché totale dell’uomo inteso come diretto operatore della gestione dello spazio ecologico di monitorare, armonizzare, osservare e indurre i processi naturali a esprimersi al massimo delle loro potenzialità risvegliando equilibri e dinamiche che fluidifichino e facilitino il passaggio delle energie. L’OGM rappresenta una delle più subdole armi del potere economico e l’arma incontrollabile più pericolosa, almeno quanto il nucleare. Ancora oggi ci si chiede se il rischio di estinzione delle api non sia legato proprio alla sperimentazione e all’invasione planetaria delle piante geneticamente modificate. Ma la peggiore caratteristica dell’OgM Consiste nel fatto che essendo prodotto tecnologico di laboratorio ed essendo anche soggetto a diritti legali, una volta inserito obbligatoriamente sul mercato mondiale, nulla osta che possa diventare un’arma biologica di controllo totale contro le popolazioni. Nulla vieterebbe infatti, in teoria, di inserire tossine biologiche ad attivazione controllata per determinare lo sterminio di una popolazione ignara. Quale arma migliore di quella che passa per la nutrizione? Inserire virus, tossine, e persino programmi di mutazione genetica che provochino mali incurabili senza che nessuno abbia coscienza di come questi si siano manifestati.




[1] S.Thomas Kuhn , La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1969 (trad. it. Di Adriano Carugo)
[2] Lester R. Brown, Building a sustainable Society,  Norton, New York 1984-94  cit. in F. Capra The web of the Life, Dobleday-Anchor Book, New York 1997



tratto da   "AURORE" di Roberto Caravella

domenica 25 agosto 2013

Prandium IV - L'Italidiota


Percidi gaudes, percisus, Papyle, ploras.
cur, quae vis fieri, Papyle, facta doles?
paenitet obscenae pruriginis? an magis illud
fles, quod percidi, Papyle, desieris?

Marziale Lib. IV. 48 *



Ave, Marco Valerio Marziale! La tua sferzante ironia è sempre bene accetta nei nostri convivi, soprattutto se, come in questa occasione, si può distinguere tra i versi dell'allusione erotica una certa qual malizia ben lontana dal puerile prurito sessuale e molto vicina all'indole di questo bel paese. Vieni accomodati accanto al nostro Licinio e gusta quest'uva appena colta, ancora calda di sole e dolce come miele!

La tua locuzione è molto carina e l'adotterò volentieri anch'io. Ormai non posso più pensare diversamente al nostro popolo come prima. La mutazione è compiuta, In Italia vivono per la stragrande maggioranza gli Italidiotes... questo davvero mi sconforta e, seppur amaramente, diverte. Ah! ecco Coracino (parlando del diavolo....); vieni accomodati Coracino caro, ma di cosa sorridi?


M.V. Marziale:
Poiché sei scuro di cannella e di cinnamomo e delle essenze ricavate dal nido della Fenice e olezzi dei profumi che Nicerote tiene nei vasi di piombo, Coracino, ridi di me che non profumo di niente: preferisco non avere odore che odorare troppo.... Che c'è, Rubius, perchè mi guardi così?


Rubius:
Non dargli retta, scherza sempre, però magari un giorno ti offrirò volentieri un Hedisma di Mende che nulla ha a che vedere con quelli di Cosmo... Mandorle, Balano... Giunco, Calamo e resine d'oriente...

Dicevo dunque, cari amici, che l'italidiota usa procreare come coniglio... le sue madri sono perennemente gravide. Non sono bastati ben sette sacchi di Roma (quasi a celebrare per dispetto uno per ogni mitico Re...) e un altro ben peggiore a riprova del fatto che questo non è un paese ma un pozzo a cui attingere... E per farlo abbisogna di molti italidioti ben istruiti e addestrati in modo.... "marziale..."


Lucius Rufus
Ma di cosa parli, Rubius, anzi di chi?


Rubius:
parlo delle genti di stirpe Germanica... vedi cosa fanno? Continuamente tracimano oltre i loro confini tentando di prendersi con ogni modo ciò che loro non è. Adesso lo anche fanno con l'inganno perché sanno che noi tutti siamo estinti ormai da tempo e siamo stati soppiantati dagli Italidiotes.

Lucius Rufus:
Ah, beh, devo darti ragione... Sono tornato da pochi giorni proprio da quelle terre. Facevo consulenza per conto di un magistrato. Ma ahimè, quando si è trattato di far quadrare i conti mi son reso conto che qualcosa non funzionava... neanche con l'abaco...


M.V. Marziale:
Parli in generale o della Angilia Metronia?


Lucius:
In generale ovviamente, anche se tutto ciò ha nella simpatica Metronia il più acceso dei sostenitori di tali azioni nefande. In breve e per non tediarvi... è presto detto. A parte il vecchio espediente di truccare i conti, ora ho scoperto anche che ci impone lo spietato regime di austerità e il taglio della spesa pubblica, mentre dietro le quinte utilizza nientemeno che il proprio debito pubblico (cioè esattamente quello che ci impedisce di utilizzare) per lucrare sulla nostra crisi, aggravandola e pilotandola attraverso il mercato finanziario dei titoli di Stato.

Domitilla:
Beh, ma perchè, volete tanto male a questa donna? E' così forte, energica, seria... tiene al suo paese come nessuno di voi dimostra nei confronti del proprio...

Lucius:
Hai ragione Domitilla carissima, la Metronia è un tipetto forte, questo si, è vero. E' anche vero che la frase più diffusa che ho sentito da noi è: "ma voi parlate mentre noi dobbiamo trovare lavoro e denaro... e poi chi lo dice che davvero sia così come dite voi? Noi abbiamo tanto problemi non possiamo certo stare col naso per aria a far teoria..." e altro simile. D'altronde nessuno è disposto a guardare oltre la soglia del proprio orticello e neanche a guardare ciò che avviene sotto i nostri occhi così, semplicemente, per ciò che è.

Rubius:
Ti rferisci alla terra Hungarica?

Lucius:
Certo! E a chi altri? Hanno compreso che la loro nazione non aveva più scampo e non avevano voglia di versare inutilmente sangue innocente e quindi si son liberati dal ricatto e dall'egemonia delle Indie Nuove e degli Alemanni con una semplice letterina: cari amici, abbiam pagato il dazio dovuto... dunque nulla a pretendere e amici come prima noi torniamo al nostro paese, Amin! Dunque ha invitato i rappresentanti del Fondo Monetario internazionale a chiudere gli uffici e andarsene perché da domani stesso intendono tornare alla sovranità e i suddetti signori dovranno rivolgere le loro tenere attenzioni altrove...

M.V Marziale....
Mmmmhhhh, la vedo brutta... Mancato guadagno si svuota lo stagno.... verranno a leccare dalle parti delle nostre terga.... ahimé! del resto... uno fa la cacca sempre fuori dal vasetto ma se per una volta invece centra il bersaglio, quest'ultima volta e' da lodare!

Nicomaco:
(che fino ad allora era stato silenzioso ad ascoltare e a gustare delicati astici cotti con liquamen, ruta, pepe, menta e vino di spezie)
Amici miei scusate, ma il problema è davvero più grave di quel che sembra. Ma a monte di tutto c'è da dire che ci sono troppe urla e troppi urlatori, il foro è stracolmo di gente che urla, chi per attirare su di sé l'attenzione, chi invece per distrarre i malcapitati beoti mentre il compare confuso tra la folla svuota abilmente le loro tasche... V'è chi urla per sovrastare le urla degli altri e chi invece lo fa per farlo zittire... Chi per protesta e chi per vendere la propria mercanzia. chi per far baldoria chi per schernire e chi per blandire...
Ma colui che sceglie la loquacità e il tono di voce pacata incute sospetto di troppa saccenza o esagerata italidiozia...

Lucius...
Beata innocenza...

M.V. Marziale
la beata lupa Calpurnia che lavora maneggiando fave al Velabro è più innocente dei tuoi italidiotes, amico mio.... non parliamo di innocenza, per carità...

Nicomaco:

Beh, Marco non ha del tutto toro, amico mio... se pensi che "quel" senatore berlimbusto necessita di sani italidiotes per convincere il mondo di essere un santo misconosciuto e pretende che la grazia gli sia dovuta perchè è un giusto e tutti ce l'hanno con lui...

Rubius:
Alt, fratres! Qui la cosa si fa delicata... ed è qui che entrano in gioco gli italidiotes eccellenti che mai si sognano di tapparsi la bocca mentre si curano di guardarsi e proteggersi il deretano...
Il Senattore - titolo onorifico che preferisco attribuirgli - è in realtà una pedina sostanziosa del gioco e gli italidiotes non possono comprendere questo sottile gioco. In realtà è meno pericoloso di quanto si creda e direi persino che, come le mosche è persino utile...

M.V.Marziale...
Coppiere!D'ora in poi ti vieto di continuare a far bere costui - perdonami Rubius - è già ebbro di ogni riserva del miglior nettare del buon Dioniso... Ma cosa stai dicendo? Non sarai già immerso nei fumi dell'incoscienza? Quel trituratore di mentule sarebbe utile? e a chi?

Rubius:
Ma, sai.... se ci pensi un attimo ben bene lo capisci. Modo modo te lo spiego. Cotal Senattore fu molto utile illo tempore per distrarre gli'Italidiotes giusto per il tempo bastante a operare la spartizione dell'impero con la connivenza di quei senatori silenti (quelli che mai apparivano ma agivano e tramavano tra i corridoi di palazzo) comprando e vendendo in gran segreto ogni genere di bene italico. Per fare la cosa per benino avevano appunto bisogno di un capo Italidiota, simpatico, sfacciato, che facesse parlare di se in continuazione stornando l'attenzione di tutti. E dopo dieci e più anni così è stato finché quando tutto era pronto lo hanno consegnato alla magistratura che finalmente poteva trattarlo come di dovere...
Il problema è sorto quando il tapino Senattore si è reso conto di tutto ciò che era avvenuto durante le sue allegre scorribande e quale rischio enorme oggi comporti la sua uscita di scena.

M.V. Marziale:
Ma non capisco ancora... è talmente chiaro... un cretino con l'uccello duro che ruba e fa il suo comodo finchè non lo buttano fuori a calci... e ancora crede nell'amnistia.... puah! misericordia di Giove Pluvio... che c'è di così strano se non la ridicolezza assurda di tutto ciò?

Rubius:
Marco caro, forse ti è sfuggito, in tutto ciò, che quello che hanno fatto sotto banco i suoi nemici Ostilio Montes, Epidius Lettantius e il suo oscuro patruus, il Prode Romanus, e tanti, tanti altri, è per lui letale, ma anche per tutti noi... Già, perchè i nostri sesterzi non sono più i nostri ma della gens germanica e prima ancora degli usurai che prestano sesterzi, assi, dupondi, sesterzi e poi ancora quinari e antoniniani, follis e maiorine dietro lucro e interessi da usurai. E questo solo per un fine...

Nicomaco:
Odio essere così curioso... dimi quale fine ti prego!

Rubius:
Impoverire i paesi più ricchi (come il nostro) al punto tale da saccheggiarli senza pietà e sottometterliai loro bisogni... Ecco l'ottavo sacco di Roma! E quindi capisci bene che per il nostro Senattore ciò equivale a svendere e a svalutare enormemente i suoi averi... Perciò più che la paura di andare in galera egli teme che il dominio estero sia peggior punizione che le patrie galere e inoltre nella sua follia crede davvero di poter arginare l'invasione barbarica senza batter moneta italica e sovrana...

M.V.Marziale..
Insomma vuole evitare di andare a chiedere soldi ai papponi per andare a puttane...

Nicomaco.
ahahhah... beh ... detta così suona comica... ma è pressappoco ciò che sta succedendo... Tra non molto, se va avanti così, regaleremo il nostro vino al Barbaro che ce lo rivenderà come Barbera ma al triplo del prezzo... assicurandoci che è autentico vino Italico.... così per ogni altra merce che sia opera d'arte e d'ingegno o un frutto dell'orto, una raffinata murena piuttosto che una umile rubecola...

Domitilla:
Ma così facendo il maggior rischio è che i nostri giovani resteranno imbrigliati ab aeternum nella ricerca di lavori massacranti e mal retribuiti dimenticando presto persino l'eloquenza, le letter, l'arte, l'ozio creativo e persino la bellezza.... O divina Giunone! Avremo un popolo di beoti ignoranti! Miseri noi! Cosa ne sarà di tanta bellezza, di tanto splendore..

M.V.Marziale
Un popolo di schiavi su un cumulo d'immondizia mia dolce Domitilla....



Roberto Caravella





* trad.

 Godi a farti inculare, Papilo mio,
 ed inculato piangi, ma perdio!,
 perché ciò ti sia fatto sempre vuoi
 e alfin compiuto te ne duoli poi?
 Ti penti per il tuo prurito osceno
 O piangi tu perchè finisce in un baleno?








L'Idiota e la coscienza adamantina


Bene, ora che tutti sono tornati alle loro dimore, non resta che l'eco delle sale vuote e il ronzio nelle orecchie a ricordo di quanto è accaduto in questo triclinio fino a poche ore fa. Soltanto riecheggia lontano il suono delle Phorminx e delle loro armonie senza tempo.
Mi resta solo il tempo di una riflessione su quanto si è detto tra una pietanza ed un calice di vino speziato.
Res - Publica.
Anche il caro Platone ne ha lungamente discusso, ma erano altri tempi. Oggi cosa ne è rimasto di quella strana cosa inconsistente e ormai insostenibile e sconosciuta che ci ostiniamo a chiamare Repubblica?
Sembra quasi di insultare ogni cittadino contemporaneo pronunciando questa parola strana e obsolescente che quasi puzza di muffa cadaverica... 
Si perché, al confronto, il dinamico mondo esterno, vorticoso, sapido e speziato sembra ormai ridurre questa idea ad un concetto d'altri tempi, inattuabile e inconcepibile di fronte alla cornucopia globale.
Eppure essa, la Res publica, dovrebbe far riflettere almeno l'idiota.
Alt.
Spendo poche parole annettendo me stesso nel novero della categoria degli Idiotes... i privati... Oggi ne facciamo corpo dispregiativo, ma come tutte le cose ha il suo risvolto opposto: se l'idiota è il privato, colui che guarda al proprio orto senza chiedersi altro, potrebbe alla lunga diventare persino saggio se a tale atteggiamento corrispondesse la conditio adamantina del puro, di colui cioè che non riesce a raggiungere lo stadio d'intelletto che assurge alla furbizia e all'arguzia intesa come raggiro. Per l'idiota vero, ogni cosa è meraviglia ma è anche condizione naturale dell'essere.
E dunque mi vesto da idiota e mi chiedo:
Ma la Res Publica è pubblica davvero? Se si, è quindi qualcosa che appartiene a me come a tutti noi? E' infine qualcosa che condivido con il resto dei cittadini?
Se la risposta è positiva mi domando dunque: Ma allora perché stiamo regalando tutto a gente che non è nostra concittadina? Perché la res publica viene privatizzata sempre più? perché ogni bene viene dato con gesti galanti e strizzate d'occhio compiacenti a chiunque passi di qui che non siano i veri detentori della cosa?
O forse è talmente pubblica da essere uno di quei panni impossibili da lavare in casa e scendere in piazza a descrivere ogni macchia per trovare soltanto derisione da un lato e profitto privato dall'altro?
L'Acqua, è una res publica? Ecco sorgere l'idiota che c'è in me...
Il territorio è la nostra Res Publica?
I confini, il lavoro, l'ingegno, la cultura, le fabbriche, le case, i mari, le coste, l'arte, la poesia, i fiumi, le sementi, i campi, i boschi, i teatri, i musei, l'ingegno, la curiosità, i cieli, le mele, il letame, la fauna, le rovine, le speranze, i figli, le scuole, la musica, il pensiero...son parti della comune res?
Perchè privatizzare ciò che è cosa di tutti? Cosa ha fatto di speciale colui che riceve in regalo l'onore di gestire per sè una cosa d'altri?
Ma soprattutto, l'idiota si domanda, perchè? 
La risposta è forse nascosta nell'antinomia tra legge e giustizia, per caso? Si legge che la legge è uguale per tutti, sarà anche vero, non vorrei metterlo in dubbio; ma lo è la giustizia? Anti e Nomos, Contrapposizione della legge. Dunque soltanto se si legge la legge è legge per chi la legge legge... Per chi fa giustizia spesso giustiziare chi ritiene di essere nel giusto è ingiusto a costo di farsi giustizia da solo.... sempre che la legge lo consenta, ovviamente.
Forse preferiremmo più giustizia e meno legge, maggiore la prima e esigua la seconda sicchè la res publica possa tornare a profumare di pulito come un candido lenzuolo appena lavato e steso al sole del Mediterraneo...