Lettera ai Cristiani
Cristiani, amatissimi fratelli.
Non posso non rimproverarvi - seppur in guisa amabile e confidenziale - ciò che certamente soltanto a pochissimi tra voi appare come l’esecranda superficialità e vanità nella quale siete caduti, taluni per ingenua ovvero colpevole ignoranza, altri per eccesso di cieca fiducia nel diritto e nella società ma ancor più per una fiducia sempre più confusa con la fede e, infine, altri tra voi in piena coscienza, fieri di aderire al nuovo impero che si sta avventando ferocemente su di noi.
qualcuno un giorno lontano ebbe a dire che, invero, a tutt’oggi si può essere certi di conoscere uno, e uno soltanto, che a ben ragione e senza tema di smentita possa davvero dirsi realmente “cristiano”.
In misura maggiore invece la moltitudine di uomini e donne tra voi che si professano cristiani in verità non appaiono agli occhi e al senno che semplici e confusi nuovi pagani superstiziosi e distratti, intrisi di idee e precetti vacui che mai giungono neanche alla soglia dell’idealismo e men che meno alle porte del regno della Sophia e dell’intelletto mistico o spirituale della divinità, quale che essa sia secondo voi o altri e a cui ancor oggi credete di appartenere…
Soggiogati dalla vanità vostra, incisa stilla su stilla nella pietra delle vostre menti da quell’ecclesia che sempre vi ha ingannati:
“anime ingannate e fatture empie, Che da sì fatto ben torcete i cuori, Drizzando in vanità le vostre tempie!”
Colei che plasmandovi in tristi e peregrine ombre che si trascinano, con distratta indolenza, verso i loro templi depredati e ricchi ma ingombri di riti svuotati. E andate ancora lì guardando senza più vedere simboli divisi dal loro senso e significato. Ormai avvezzi al vizio di una fede che per sua stessa natura vi ha abituati a non domandare mai cosa e perché ma credere perché quel credo svuota l’atto stesso del credere e abitua a non cercare mai davvero quel dio che vorreste avere ad un alito dal vostro cuore.
oggi, più che mai, in questo tempo così dolente mi sarei aspettato da voi il segnacolo del risveglio, il segno inequivocabile ed emblematico del risveglio della vostra fede che tuttavia mai si è mostrato se non in tutta la sua pochezza e, spiace doverlo ammettere, anche palesando la vostra falsa fede.
Ormai è costume accedere ai templi della vostra confessione e dover notare dolorosamente che essa ha svenduto ancora una volta la vanità del vostro dio, che nulla ha a che vedere con colui che si mostrò come figlio dell’uomo, a quella dei criminali detentori del potere terreno e materialista, della forza e della tracotanza oppressiva e ingannevole.
Vi ho visti. Accedete nella casa del Signore indossando maschere e museruole (inutili ancorché dannose) e distanziandovi gli uni dagli altri spiandovi l’un l’altro. Ho visto immergere le vostre mani nel pastoso liquido disinfettante (inutile ancorché dannoso) anziché nell’acqua lustrale consacrata alla purezza di un dio creatore e salvifico.
Vi ho visti.
Avete del virus, della morte, della malattia perché evidentemente il vostro dio perfetto nulla può contro tutto ciò. E’ un dio morto dentro di voi, un dio abortito, un’icona, un idolo di pietra sofferente e dilaniato dal male umano esattamente come le vostre anime, inane e pauroso della sua stessa creazione. Quale fede può essere la vostra nei confronti di chi, per sua stessa natura dovrebbe essere onnipotente e artefice pantocratore di ogni cosa?
Un dio di poca sostanza, che neanche si ribella ad un governo stolto che lo seppellisce sotto i propri escrementi e la propria tracotanza.
Dietro a quel "date a cesare quel che è suo" vi nascondete per recitare la commedia dulcamara di chi sa che è l’anima ad essere salva comunque, ma non i vostri corpi con cui porre in atto qui ed ora la novella. Il dio che portate dentro non può resuscitare i morti ma non può proteggervi neanche da quel virus che egli stesso ha forgiato perché la vita difendesse se stessa, fiorendo, e tutto ciò che è parte dell’immensa, universale creazione.
Quanto piccola è la vostra fede?
Quanto poco sapete del vostro Dio?
Quanto ignorate del figliolo, figlio dell’Uomo, inviato tra voi?
Quanto dovrete attendere perché davvero decida di tornare tra voi?
Questa è la fine dei tempi che tanto temevate e attendevate. I sigilli si stanno rompendo uno ad uno ma l’invisibile marchio che portate su di voi non vi farà salvi.
R.C.
