venerdì 26 luglio 2013

- L'indicibile Altro - Meditatio Post Prandialis



Incerto contorno di fragili idee senza storia, centro permanente di luoghi consunti più che comuni, l’Altro si staglia troppo spesso nelle nostre menti come il nostro oscuro confine: insondabile, generatore di sospetti, gli stessi che inconfessabili nutriamo dentro e segretamente per noi. Demone manifesto dei nostri timori, lungi dall’essere più l'estensione del nostro più amato orizzonte, l’Altro è ciò che vorremmo essere quando non siamo e ciò che non vorremmo quando sappiamo di esserlo. L’altro incute timore perché spesso veste la maschera che anche noi abbiamo indossato o vorremmo indossare. Pensiero puntuto e perforante, causa dei nostri fallimenti, l’Altro è il giogo del nostro pensare. Ma è forse demone ancor più arguto quell’Altro cui demandiamo il nostro coraggio, i nostri doveri, le nostre giustizie.
Ama il prossimo tuo come te stesso. Luogo senza senso e senza più confini perché ha esuberato i confini del noto. Amare chi, cosa? L’altro me traditore? L’altro me schiavo? L’altro me che mai son riuscito ad amare perché troppo dissimile dall’amato e blandito altro, portatore di sogni impossibili? Amerò dunque il pescatore delle domenica che con occhio furbetto mi strappa un grumo d’ammirazione coatta per quel metro di pesce pescato che cresce in misura ad ogni suo gesto enfatico e soddisfatto della mia ammirazione? L’Altro; essenza menzognera che svela le nostre stesse menzogne, quelle desiderate e quelle poste in essere.
L’Altro dovrei amare forse solo perché è il mio specchio, l’ombra che nasconde la luce che brilla dietro di me. Indicibile algoritmo di quotidiano percepire la solitudine, notturno fragore di occasioni perdute e forse mai cercate. Amare l’altro, ma perché? Cosa di lui ammirare, il suo essere diverso o il mio volergli somigliare?
La mia guancia non è ancora pronta ad accogliere la sua timida carezza che a noi pare uno schiaffo. Il mio cuore è ancora fermo li, in mezzo, in quella terra di nessuno posta tra noi e l’Altro: luogo sognato perché insognabile, perché proibito.
Io e l’Altro, quello che soffre ed amo perché è lontano. Quello che odio e avverso perché il suo dolore m’infetta di una realtà che non voglio perché cero quella dell’Altro, quella fumosa e gentile, fissa e immota come un manichino in una vetrina.
Ma l’altro è anche umido sapore salato di pelle e di sogni. Provo a baciarmi una spalla, sento il sapore della mia stessa pelle. Strano connubio di ribrezzo e di tenerezza mi assale. Mi scopro guerriero, vittorioso e vinto. Eroe e spettatore, coro e attore, frutto e fiore, seme e terra.
L’Altro diventa qualcos’Altro se lo sguardo mio lo attraversa a fil di spada e quando in lui cerco l’altro me senza trovarlo si spegne il suo sguardo dietro uno scherno infantile.
E’ li che si trova l’Altro che cerco, nel luogo in cui lo sguardo sorregge lo sguardo, l’attimo impagabile in cui il pozzo nero dell’occhio accoglie la luce e ne rispecchia il brillio.  Tetragono, svelo il cuore fragile e sincero da affidare ad un Altro che sorregge quello sguardo. L’altro si fa amico svelando non le certezze ma la fragilità da affidarti come dono di vita e non come peso, l’altro sei tu stesso allorché non porti la croce ma cammini al suo fianco fin quando quella croce diviene architrave di entrambi.
Ma anche si nasconde perché tu vuoi cercarlo senza trovarlo, immaginarlo senza verificarlo, sognarlo senza gustarlo. E ti ci perdi come in un gorgo senza fine, roboante, trascinante, magnetico fino al più basso e oscuro fondo in cui io e l’altro non siamo che un punto senza inizio e senza fine.
Sorge chi l’Altro respira, si risveglia chi si fa respiro per l’Altro.


Roberto Caravella


lunedì 15 luglio 2013

Cena Prima: a tavola con Julius. "Fama boni clauda est, fama mali vagatur"

Ecco, un buon Falerno, ostriche, miele, noci solo per iniziare. Benvenuti a voi amici cari. Tra un po' arriveranno i miei musici migliori, auleti, e citaredi con i loro canti ancora bagnati di sole e di  suadente nostalgia.
Ci attende una cena gustosa della quale vi fornirò, se vi piace ogni recipe. Tricliniarca, inizia tu come ben sai!
Sono stato a lungo incantato dal nostro amico, il saggio Julius, che è riuscito a toccare alcune corde più profonde dell'animo mio. E vorrei farvene partecipi poichè ho sempre più il timore che ognuna di queste cene sui nostri triclinii possa essere l'ultima. Non per mio o vostro volere, sia chiaro, ma per le ragioni che andrò a spiegare e di cui spero  parleremo insieme come vuole la buona tradizione del simposio amichevole.
 Pueri pedes, dunque!

Avete, anzi abbiam visto tutti cosa sta avvenendo fuori di questa dimora. Pare che sia guerra ovunque, ormai. Ma forse soltanto noi ce ne rendiamo conto ancora; le tabernae ormai si svuotano come le paupinae e ogni thermopolium... Giorno dopo giorno, alzando gli occhi al cielo vedo sempre più silenziose le strade e alle finestre sventolano leggere e solitarie tende che svelano case senza vita.

È finita l’era dell’abbondanza. Il mondo ha vissuto nell’illusione che ce ne fosse per tutti e per sempre. Siccome coloro che sanno e che non vogliono cedere nulla della loro ricchezza e del loro potere partono all’attacco per una guerra senza precedenti nella nostra memoria. Il vento già da tempo annuncia il suo approssimarsi e porta con sè un acre odore di devastazione.

Plinius Veraci:
"Già, ma cosa possiamo fare, noi? Il mondo è grande e noi siam pochi... la storia poi va come vuole...
e poi: fare qualcosa per cambiare cosa? Non si può tornare indietro all'età della pietra e rinunciare a tutto quanto abbiamo conquistato! Dài, mi sembri esagerato... ci sarà pure un modo...

Rubeus Rufius:
Dobbiamo guardare al presente come se fosse già futuro, Plinius caro.  Nessuno avrà il coraggio di operare una svolta politica tra tutti coloro che fanno la politica per “mestiere”. E neanche impossibile è fermare quest'onda che si approssima. Chi come te pensa che ormai nulla può essere cambiato, che tutto ciò che abbiamo raggiunto e ottenuto sia cosa buona e giusta, commette un atto di ingenuità che svela quanto grande e diffuso sia questo male canceroso che ci affligge. Perdonami, amico mio, ma per affetto devo metterti in guardia da simili pericoli. Tu che sei così amabile verso la gente, così generoso e forte portatore di sani principi, non dovresti soffermarti a ciò che pare essere e non a ciò che è in realtà. Ma per far si che io non sembri il retore che impone la sua propria ragion d'essere come verità assoluta lascerò parlare proprio il nostro Julius... Ahh! lupus in fabula! ecco che viene. Salute a te e benvenuto tra noi dolce amico! vieni, accomodati dove meglio credi .... Tricliniarca, sbrigati ad accudire al nostro convitato!

Julius:
Ti ringrazio, amabile Rubeus Rufius, ciò che dici è poco rispetto a ciò che io stesso ho compreso viaggiando in lungo e in largo per l'Impero. Il problema della nostra crisi finanziaria è soltanto parte minima di un grande progetto strategico che giunge da Occidente e mira ad Oriente e che verrà a maturazione molto prima della stessa questione finanziaria.

Dici dunque che non dobbiamo guardare alla nostra situazione che si sgretola sotto i nostri occhi?

Julius:
No, amico mio dico che bisogna cercare quelli come noi per parlare con essi a viso aperto -  come è nostra tradizione - e convincerli ad andare dai capi di questi popoli (1) e dire che noi,non siamo parte di questa guerra. Questo sarebbe un cambio epocale di proporzioni inaudite! Ma più di ogni altro mi preme l'argomento della Transitio... che è alla base di tutto il nostro pensiero. Noi tutti ci siamo dispersi, smarriti anche nello spirito perchè la nostra tradizione di grandezza interiore è stata tradita prima dalla sinistra e poi per la fascia che denominammo democratica che anch'essa ci ha traditi.
Ma la verità è che questa società sta morendo. Se ancora qualcuno ha qualche dubbio vuol dire soltanto che non ha capito nulla, che deve andare a studiare meglio, che deve informarsi, ma soprattutto che deve svegliarsi. Questa società è finita, è giunta al capolinea, non c'è futuro per lei neanche nell'arco di tempo di questa stessa generazione.

Marco Valerio:
Ma se questa società muore cosa verrà dopo? Quanto tempo ci vorrà e quale strada bisognerà percorrere per giungere alla nuova?

Julius:
Adorabile Marcus, sembri più giovane di quello che sei. La tua domanda però nasconde ciò che il timore d'ognuno di noi serba nella propria intimità. La Transitio non è qualcosa che qualcuno stabilisce a priori, a tavolino con strategie geometriche. Essa è il frutto di un cammino fatto insieme con uguali intenti e con eguale onestà affidandosi gli uni agli altri e garantendo il proprio appoggio agli altri. E' il "Passo dell'Uomo".

Marco Valerio:
Belle parole, non dubito della tua buona fede e della tua saggezza, ma cosa vuol dire, amico mio, tutto questo?

Julius:
Vuol dire che il passo dell'Uomo è un trapasso culturale... Se decidiamo di condurre questa transizione con le nostre mani, secondo etica, secondo morale e con le armi della democrazia più pura e sana ci sono buone possibilità che volga a buon fine, altrimenti...

Plinius Veraci:
 Vedi, Marco, Julius dice il vero. Ricordi cosa avvenne quando il nostro sacro impero si sgretolò sotto i colpi delle invasioni barbariche? Tutto si azzerò, facemmo d'improvviso un salto indietro di dieci secoli. Lo splendore (o quello che ne restava) cedette il passo all'oscurità, all'ignavia, allo smarrimento alla regressio e alla paura regalando le nostre terre a chiunque passasse per le nostre contrade. Soltanto pochi conservarono il seme e furono coloro che coltivarono in gran segreto la cultura...

Julius:
La transitio è infatti una grande operazione culturale, profonda, radicale. Ognuno di noi deve prendere su di sè il peso di questa responsabilità, ora, adesso, subito. E questo perchè tutti i capisaldi su cui abbiamo fatto affidamento fino ad oggi, presto non ci saranno più. Gli invasori, uniti ai popoli germanici da essi soggiogati e ricattati, premono affinchè tutti noi si continui a desiderare d'essere figli di un altro popolo, di un altro pensiero, di un'altra cultura con altri sentimenti e con giustizie che non ci appartengono. Lo scopo è dichiarato: toglierci tutto ciò che è nostro e che da essi saremo costretti ad acquistare a caro prezzo.

Marco Valerio:
Ma basterebbe allora prodigarsi per proporre qualche correzione, e questo vedo che lo si sta già facendo... i nostri senatori promuovono ogni giorno correzioni....

Julius:
No, amico mio, non servono correzioni... sarebbe come gettare un tronco nel letto di un fiume in piena... puoi rallentarne il flusso ma non fermarne la violenza e la portanza della massa d'acqua impazzita...  E se anche riuscissimo nell'intento non otterremmo che un inondazione colossale delle nostre stesse terre e moriremmo tutti ancora più in fretta, travolti dall'esondazione violenta che noi stesso avremmo provocata.

Marco Valerio:
io mi accontento di un fiume di Falerno... Salute a voi tutti!

Ride e beve di gusto mentre tutti i convitati si lanciano un occhiata incerta sperando di trovare un segnale che sveli un segreto sostegno a questa frase. Chi in realtà è nel giusto? Chi ha con sé la ragione: colui che prende le cose come vengono e gode in carpe diem o chi si trastulla con progetti irrealizzabili? chi realmente cammina nel giusto, chi si illude o chi è spietatamente realista e pratico? In fondo Qui non est hodie, cras minus aptus erit  dicevano i vecchi... se non sei pronto oggi, lo sarai ancor meno domani... e forse Marco Valerio non era pronto oggi... Julius però non si scompone. Giudica Marco Valerio come giudicherebbe suo figlio, in fondo troppo giovane, o forse anche troppo disilluso. Di certo rammollito dall'esagerato consumo dei beni facili e delle comodità scomode e costose. Il giovane è cresciuto per sua disgrazia in un mondo in cui si dipende da desideri altrui, dove la vita è regolata secondo desideri imposti come qualcosa che la natura stessa vuole che siano imposti. La scienza è fede come il sole o la luna, la tecnologia è una necessità imposta da Dio stesso. Ogni comodità è inalienabile perché, semplicemente, così è e basta... Il mondo, la natura, l'acqua sono soltanto cose, prive d'anima, prive di valore se non quello commerciale. Il denaro, poi è  santo e benedetto. E' ciò che ti dà dignità. Non il lavoro, non il pensiero e l'intelletto, non il comprendere la vera realtà cui si appartiene... no, tutto questo è stato negato al giovane Marco Valerio e non per sua colpa. Va dunque aiutato, compreso ed educato con amore e con passione, proprio come un figlio che si è smarrito. E poi da lui farsi aiutare e con lui marciare.

Julius:
Carpe viam, mihi crede,comes !  Dammi Retta, Marcus, vieni, mettiti in cammino con me! 
(alza il calice e beve anche lui...  e tutti lo imitiamo accennando ad un timido ma sentito sorriso)
Credimi, oggi, ora, abbiamo tutti un impellente necessità di avere un grande coraggio, un coraggio che possa scrivere la storia: un coraggio da eroi. Abbiamo bisogno di dire cose nuove, cose che la gente non ha mai sentito! Ma non dobbiamo farlo soltanto noi anziani! Dobbiamo farlo tutti insieme, anche e soprattutto voi giovani! Dobbiamo transitare insieme come un esercito compatto stretto a coorte! 
Se diremo cose già dette ci scambieranno per gli stessi truffatori che ci hanno preceduti.
Vogliamo una repubblica fondata sulla serenità e libera da schiavitù, non una repubblica fondata sulla sofferenza e sulla schiavitù, non una repubblica del benessere e della ricchezza, ma una repubblica costruita sul benessere sociale, sulla cooperazione, sulla solidarietà e sulla dignità.

  Per compiere il grande salto le idee del XX secolo non ci serviranno.

Avremo bisogno di idee nuove, perché quelle passate sono infette fin dalle radici. Non avremo bisogno neanche della statura dell'Homo sapiens perché è proprio l'Homo sapiens il responsabile di aver prodotto questa realtà apparentemente inespugnabile ma che si è rivelata ormai soltanto una vera e propria catastrofe. Eppure, nonostante il desiderio di non voler vedere, è certo che essa è alla fine, morta... per sempre. Noi stessi, nella totalità sociale degli esseri umani siamo diventati un'anomalia del Creato. Lo stiamo distruggendo il Creato; non ci basta più. Stiamo distruggendo ogni cosa, ogni pianta, ogni goccia d'acqua, ogni pietra, ogni atomo d'aria. Stiamo distruggendo la nostra complicità con la Terra e con il Creato. Abbiamo cercato di ignorare ogni cosa che non fosse denaro e potere erigendoci a dio unico morendo ogni giorno di più.

Rubeus Rufus:
Dunque tu parli di un salto evolutivo. Non ne fai più una questione politica, ma umana...

Julius:
Certo! Non abbiamo alternative. Ciò che serve è saltare l'orrido sul cui limitare siamo arrivati. O saltiamo o precipiteremo., non c'è altro modo di aggirare questa mostruosa faglia rovente che abbiamo sotto i nostri piedi. Non serve a nulla discutere se tra non molto la voragine si aprirà ancor più e d'improvviso esalando calore e magma mortale. Bisogna saltare.

Rubeus Rufius:
Ma questo vuol dire anche ritrovare la strada per operare un salto spirituale. significa riuscire finalmente a vedere l'unità dell'uomo con il cosmo, con l'universo e in definitiva con Dio o quel che chiamiamo tale...

Julius:
Hai detto bene, mio caro amico. Ritrovare il dio originario. Anche questo comporta il salto cui alludo. Ma bisogna fare attenzione a non promuovere queste idee portandoci dietro la terra del nostro passato, quella infetta; dobbiamo saltare e cercare una terra nuova e ricca di humus su cui piantare le nuove idee. Dobbiamo trovare un'unità del pianeta. Dobbiamo abbandonare ogni partitismo, ogni divisione, ogni ripartizione d'ordine politico e rinnovarci sulle basi di ciò che è necessario all'equilibrio tra umanità e Terra. Il nostro benessere parte da lì e dalla dignità che è in noi quali figli della terra e figli d'un dio giusto.

Plinius Veraci:
Beh, allora potremmo cominciare col convincere i vecchi a non cedere le proprie terre per trenta denari al primo straniero che passi, ma affidarle ai giovani e a tutti i volenterosi ( magari conservandone la proprietà ) che rimettano in sesto ciò che è stato abbandonato per correre al miraggio delle industrie dell'inutile... Potremmo così cominciare a rinverdire l'italico giardino, che fu piegato al cemento e all'acciaio, per restituirgli lo splendore originario e vergine. Questo gioverebbe a noi tutti e al mondo intero poiché il coraggio di intraprendere questa via con un simile primo passo è di certo un monito e un distintivo di una civiltà che è già in cammino per compiere il salto dimostrando quale sia realmente la sua natura e indicando al mondo intero, ancora una volta, di quale potere intellettuale e culturale è capace la nostra gente.











Nota: (1)
Julius parla dei popoli d'occidente e d'oriente, al secolo Usa e Cina, ma si riferisce anche ai Germani. Le popolazioni celtiche del basso Reno avevano così qualificato i Germani incontrati in battaglia. La derivazione germanica darebbe, fra altri, il senso di:  mercenarî "desiderosi di guadagno" (ted. mod. gehren). Ciò si sta verificando per l'ennesima volta a scapito dei popoli del Mediterraneo...



Consequat diem

Recipe:














II. IN MVRENAM
Ius in murena assa: piper, ligusticum, satureiam, crocomagma, cepam,
pruna Damascena enucleata, vinum, mulsum, acetum, liquamen, defritum, oleum, et coques. 

Aliter ius in murena assa: piper, ligusticum, pruna Damascena, vinum, mulsum, acetum, 5 liquamen, defritum, oleum, et coques.


Aliter ius in murena assa: piper, ligusticum, nepetam montanam,

coriandri semen, cepam, nucleos pineos, mel, acetum, liquamen, oleum, et coques. 

Aliter ius in murena elixa: piper, ligusticum, anethum, apii semen, rhus Syriacum, 10 caryotam, mel, acetum, liquamen, oleum, sinape, defritum. 


Aliter ius in murena elixa: piper, ligusticum, careum, apii semen, coriandrum, mentam aridam, nucleos pineos, rutam, mel, acetum, vinum, liquamen, oleum modice. calefacies

et amulo obligas. 

Aliter ius in murena elixa: piper, ligusticum, careum, cuminum, nucleos,


caryotam, sinape, mel, acetum, liquamen et oleum et defritum.


mercoledì 10 luglio 2013

AURORE

PREMESSA 
da "Aurore - spunti per il III Millennio"
di Roberto Caravella


La mente soppesa e misura,
ma è lo spirito che giunge al cuore della vita
e ne abbraccia il segreto;
e il seme dello spirito è immortale.
Il vento puo' soffiare e placarsi,
e il mare fluire e rifluire:
ma il cuore della vita
è sfera immobile e serena,
e in quel punto rifulge
una stella che è fissa in eterno
K. Gibran 

Troppi anni, forse persino secoli, sono trascorsi quasi invano attendendo segnali interiori o esteriori che ci regalassero la speranza di intraprendere un particolare sogno inespresso, inconfessabile quanto agognato intimamente e segretamente. Le società tutte si sono evolute a partire da quel pericoloso - ancorché fruttuoso -senso razionale che ha prodotto scienza e soprattutto tecnologia. Questa ha tuttavia riservato per se stessa soltanto spazi limitatissimi per asservirsi incondizionatamente al potere del denaro e dell’economia.
Da parte loro, denaro ed economia (o meglio speculazione economica) hanno suggerito alle civiltà che si sono susseguite fino ad oggi il proprio sogno inespresso trasformando persino l’inutilità e il soverchio, il pericoloso e il fatuo in bisogni impellenti, in oggetti di culto fondati su concetti di affrancamento dalla fatica, su principi di godimento nell’ozio o sul possesso dell’inutile.
Torri d’avorio. Così ho sempre indicato da parte mia quei luoghi della mente moderna[1] in cui si rifugiano coloro che credono nell’assoluta supremazia della macchina, dell’oggetto, del potere delle cose, nel possesso di ogni sorta di ordigno che seduca e solletichi nel nome della modernità e della tecnologia. Lavorare di meno per fare di più, per avere più tempo a disposizione.

Ma come abbiamo visto, l’era tecnologica ha creato molti più problemi di quanti ne possa anche lontanamente aver risolto. In primo luogo ha prodotto più povertà e questo è innegabile. Ha distrutto la capacità umana di assorbire e apprendere in profondità. Ha defraudato l’essere umano del contatto con la reale esistenza e con il suo posto nel mondo come nell’universo. 

Ma ciò non è colpa della tecnologia in sé quanto della spregiudicata e criminale azione dell’affarista nord del mondo. L’umanità è stata ridotta in parole semplici e semplicistiche ma efficaci, ad un animale da mungitura e giocattolo sperimentale: un oggetto da sfruttare proprio per la sua propensione al pascolo e al gregge. Come per un cagnolino simpatico ed esuberante basta lanciargli un giocattolo e l’uomo comincia a saltellare contento mostrandolo con fierezza e difendendolo da altri simili che vorrebbero il suo osso, la sua palla, il suo giocattolo. E il padrone sorridente sta a guardare contento di essersi così si assicurata la fedeltà imperitura e incondizionata del suo stupido cane.
Nessuno si chiede come mai il bravo cagnolino non pensi di andare via da quel padrone, cercarsi il suo branco e vivere secondo natura. Chi si è data una risposta sa che il colpevole è l’egoismo che sgorga dalla persuasione occulta che genera opportunismo e riconoscenza al tempo stesso. Finché si è soggiogati dai sogni che stordiscono, da necessità inutili, da principi falsi, da scomode comodità e da false necessità saremo tutti come quel cagnolino. Salteremo di gioia nel vedere il nuovo cellulare, la super macchina, il super computer, il super televisore, le super tette, i super films le super droghe, le super armi, la super globalizzazione e via discorrendo. Nel frattempo avremo imparato a non poter più fare a meno del nostro padrone e mungitore che ci avrà anche dotato di medaglietta, pedigree, vaccinazioni e una cuccia… purché continuiamo a mostrare fedeltà al padrone-mito-eroe e difenderlo incondizionatamente. E così non importerà nulla se non c’è più denaro in circolazione: accumuleremo debiti sempre più grandi pur di non rinunciare a quel sogno di benessere che ci viene promesso attraverso le leve dell’opportunismo e della perpetua riconoscenza.
Tutto ciò rappresenta lo stato più misero della vita umana, ancor più di coloro che vivono nelle poverissime tribù isolate dell’Africa; privati infatti della volontà personale non sappiamo più come avere coraggio di dire di no, di aprire quella porta e cercarci il nostro branco per tornare a guardare il cielo notturno e sentirci parte integrante di quel maestoso firmamento che, volenti o nolenti, ci scorre dentro le vene dal primo giorno della nostra vita fino all’ultimo e forse anche prima e dopo.
Quel padrone della torre d’avorio ci ha deportati in un mondo oscuro in cui il Crepuscolo si maschera goffamente da Aurora. E l’opera si compie sempre attraverso i persuasori occulti, servi prezzolati, come cecchini outsider  ingaggiati dai servizi segreti e la cui arma non è sanguinosa come un fucile ad alta precisione ma il risultato che produce è molto più devastante.  Non sono proiettili incamiciati ma farisei incravattati, titolati con medagliette al valore di “perbenismo” e illuminati da perenne luce di modernità, dinamismo e grinta.
La triste verità, se mai ce ne fosse una soltanto, è che questa schiera di cecchini di anime sfrutta le proprie capacità soltanto in nome del dio denaro, essendo esse stesse vittime inconsapevolmente colpevoli del proprio operato e delle proprie connivenze. Chi si dedica al convincimento opera per primo su se stesso il medesimo convincimento facendosi tramite di ideologie inventate di sana pianta soltanto per il proprio esclusivo beneficio e per beneficio di chi quel denaro gli offre. Poco importa se il suo beneficio – alla lunga – nuoce agli altri, al mondo, all’umanità.
E così il vizioso circolo si conchiude su se stesso autocelebrandosi nelle idee, senza storia e senza natura, che esso stesso ha generato. Un male diffuso e apparentemente eterno che ha prodotto squarci di desideri apocalittici ad ogni scadenza umana. Ad ogni millennio l’umanità ha sperato segretamente, ma temuto pubblicamente, fini del mondo, apocalissi,  distruzioni e viene persino da pensare che tenti inconsciamente di provocarle deliberatamente attraverso l’esercizio del male. Autodistruzione inconscia e consapevole al tempo stesso; come quella del drogato - vittima della sua dipendenza - che sa di condursi alla fine quasi come se quella fine fosse l’unica via di scampo.
Così è ancora il mondo. Siamo tutti buoni e virtuosi, ma tutti e in diversa misura, vittime inconsapevoli delle nostre droghe che ci vengono offerte su piatti dorati e di cui impariamo ad essere schiavi fino a desiderare la fine di un mondo, una distruzione, una morte liberatoria che ci affranchi dal loro insopportabile peso. L’incauto persuasore occulto, con la sua demoniaca sete di potere e ricchezza ci ha portati tutti, nessuno escluso, a creare problemi sistemici impossibili da prendere in esame isolatamente. La problematica mondiale è una fitta rete di problemi interdipendenti e interconnessi, impossibili da risolvere singolarmente. E di ciò ognuno di noi se ne rende conto istintivamente.  Per questo ad ogni idea nuova, ad ogni istanza di soluzione fuori norma segue imperterrita la replica del fatidico: “si, ma…”.
I segnali sono praticamente sempre più forti da sempre e ovunque. Le iniziative finalizzate alla salvezza sono sparse a spaglio, distribuite a macchia di leopardo, con la sola differenza che prima bisognava “conoscere”, frequentare, leggere, acquistare libri e dispense, scrivere, parlare, guardare negli occhi, attendere…  mentre oggi è tutto celato dietro un sembiante ideale forzoso e per certi versi illegittimo e pusillanime. Oggi il web risolve – ma soltanto in parte – questi problemi comunicativi e tuttavia ne crea molti altri che si rivelano essere ancor più subdoli e nocivi di quanto si creda. L’identità reale scompare dietro maschere evanescenti assiepate in una sorta di pubblico confessionale globale che misura la sofferenza pensata ma non affrontata e che non da assoluzioni. Nel web sono tutti eroi, tutti protagonisti, tutti vincitori e nessun vinto. Ma difficilmente da esso usciranno esseri viventi che parleranno con le stesse parole che lanciano come perle nel mondo virtuale. Va da sé che in tal modo la sofferenza individuale e la solitudine abbiano la meglio ancora una volta sulla potenza dei profumi del mondo tangibile.
L’esodo sembra ancor oggi essere il miglior sistema di sopravvivenza anche a distanza di millenni. Mosè, il saggio egiziano, rifiuta l’oppressore non con la battaglia ma con la fuga. Ma oggi si riderebbe ad un idea simile perché – si direbbe -  la fuga è codardia. E invece la fuga del giusto è coraggio, eroismo, sacrificio, salvezza, soprattutto se ancorata alla conoscenza e alla giustizia interiore e anche in virtù degli enigmi e dei sacrifici che essa annuncia. Ognuno di noi desidera per sé il luogo della liberazione, la terra promessa. E oggi sempre più forte è quel dolore sordo e straziante che ci viene da un oppressione dorata, suadente quanto tenace e devastante.
Il mutamento di paradigma è soltanto la prima piccola fase del processo di esodo nel deserto. È la chiave che apre le porte sul deserto che conduce alla terra promessa ma è anche il codice genetico di una nuova stirpe di donne e uomini. Questo scritto è parte integrante e integrativa di quelli precedentemente pubblicati. Il fine è solo uno: trasmettere le ragioni profonde che impongono questo esodo verso il millennio aurorale, verso un alba umana che restituisca di nuovo i suoi cicli, i suoi odori, la sua terribile e implacabile perfezione e che ci restituisca infine anche il nostro giusto posto.
Abbiamo dominato fin troppo per conto d’altri, vivendo nella falsa luce e credendoci figli della luce. Ora forse è giunto il momento di riconoscere come reali le tenebre che stiamo attraversando. L’uomo aurorale è figlio della notte e dell’oscurità ma ci si ricordi che un seme esposto alla luce si secca e muore; potrà diventare pianta soltanto se immerso nel buio umido della terra perché ogni aurora è figlia della notte.

Pertanto questo scritto intende suggerire vie che liberino le anime dolenti, che riscoprano il paradigma armonico, che sappiano riunire le sfere in una unica monade significante e che infine sappiano offrire un nuovo linguaggio, una glossolalia aurorale capace di parlare in parole vere e nude.
Tenterò qui di offrire il quadro più saliente e sintetico possibile avanzando soluzioni concrete al cambio di paradigma facendo ricorso, se necessario anche a diversi gradi di sincretismo che non vuole escludere ne unificare ma trarre la quintessenza di una visione olistica, sana, virtuosa fondata sui principi di rispetto, appartenenza, karysmata e del dono pregiato della diversità che rende uguali e ugualmente preziosi.





[1] R. Caravella – “l’Anima Dolente” 

domenica 7 luglio 2013

Il Triclinio - ovvero Cenette gustose tra amici con ragionamenti


Lo dice la parola stessa, non il suo etimo ovviamente, ma ciò che rappresenta in pratica e nell'immaginario comune. Il triclinio è quel luogo in cui ospiti e invitati di riguardo condividono un pasto. I conviti dell'antichità tuttavia non erano solo pasti per la pancia ma, talvolta, anche pasti per l'intelletto. Platone docet.
Ebbene  il Triclinio è proprio questo: bere insieme ottimo vino, gustare i migliori piatti comodamente distesi sui nostri triclinii e conversare gustando insieme anche ragionamenti talvolta profondi, talaltra lievi, ma sempre  per meglio comprendere insieme i loci della vita, il senso delle cose. Volete chiamarla filosofia? Se vi piace, cosi sia.
   Anni 60 / 80.  Ricordo che in famiglia, per tutta l'infanzia, l'adolescenza e la maturità, le nostre cene (e soprattutto quelle delle feste comandate) tra una coscetta di pollo, un bicchiere di vino e una pastiera fiorivano discorsi fantastici che coinvolgevano tutti da mio padre a mia zia, da mia madre a noi ragazzi. e tutti potevano dire qualcosa, anche battute di spirito o frasi irriverenti. Ma alla fine restava una soddisfazione enorme, un senso di sazietà per aver nutrito segretamente anche qualcos'altro oltre la pancia.
Ogni volta era pronto un seme nuovo; l'interpretazione di un sogno, oppure un fatto politico, talvolta era una poesia, oppure un argomento della vita quotidiana e perfino della vita e della morte o della fede e dell'amore.

Magari qualcuno dirà: "sai che noia, questa famiglia?" e invece no, vi assicuro! noi ragazzi avevamo facoltà di parola, da sempre, da piccoli piccoli ad adolescenti e oltre. Nessuno di noi in famiglia ci diceva: "stai zitto, tu, sei piccolo: cosa ne capisci?". Mai.
   Talvolta l'adulto si stupiva di qualche nostra considerazione o di qualche nostra perplessità. Era divertente. Altre volte sbocciavano battute di spirito, argute e sferzanti che alleggerivano il peso del nostro filosofare. Altre volte, invece, calava un silenzio meditativo rotto soltanto dal suono ruscelloso del vino che scivolava dalla bottiglia nel bicchiere.

Qualche volta capitava invece nel contrasto più acceso che veniva prontamente rotto da un commento buffo di zia Bianca sempre armata di levità e autoironia, e dai nostri sguardi complici...
Insomma, non è vero che è noioso pranzare o cenare in famiglia... e non è vero che in simili occasioni sia noioso discutere di cose meno futili dei "massimi sistemi"... E, cosa più bizzarra, che vi piaccia o no, noi ragazzi non avevamo timore di "presentare in pubblico i nostri scritti, le nostre poesie, i nostri timori, i nostri problemi. In cambio il tempo ci ha lasciato in dono il gusto del comunicare, il sapore dolce dell'analisi, l'aroma dell' "insieme si comprende di più", l'odore delle ricchezze altrui donate con passione e disinteresse. Infine il gusto di sapori che soltanto la memoria lucente di quel passato brulicante di vita poteva offrire allora e che oggi pare sopito nell'ignavia, nell'indifferenza e nel torpore.
   Ecco dunque il triclinio che offro a voi e a me con immenso piacere.
Alla Salute e alla vita!