mercoledì 25 agosto 2021

L'ALGORITMO

"...C’è una sorta di furore in noi.
Un fuoco, un fiume in piena, un forte impulso, un’incessante desiderio di fare di più, di spingerci oltre i limiti che riteniamo possibili. Di raggiungere quegli angoli bui e freddi dell’anima dove vivono i nostri mostri. Pronti a lottare. E noi desideriamo intensamente quella lotta. Una lotta dura, la più dura, la più fredda, la più buia, la più disgustosa di tutte le lotte
."


Ma quali sono quei limiti che riteniamo possibili?


Sono i nostri. E li stabiliamo noi stessi pensandoli congrui alla nostra razionale e spesso soltanto emozionale fragilità e debolezza. Cin hanno anche indotti e indottrinati dall’esterno però. Gente senza scrupoli, geniali e infami affabulatori con la smania del dominio. Nel tempo ci siamo convinti di avere dei limiti «oggettivi», «palesi», «indiscutibili». 

Ma non è così. Questa idea è frutto della Fabula Perennis instillata secolo dopo secolo, anno dopo anno, giorno dopo giorno e persino minuto dopo minuto. Ci è stato insegnato che l’uomo è fragile, che ha bisogno di aiuto, che da solo non può farcela. Ma ogni istante - se poniamo bene attenzione - tutto il nostro essere smentisce questa falsa verità.


  A nostra insaputa, senza che nessuno di noi ne abbia per fortuna perfetta coscienza la nostra entità biologica fa trilioni di volte quello che abitualmente tenta di fare la falsa scienza. E questo agli affabulatori fa paura. Temono che l’umanità possa prendere coscienza di questa realtà. Miliardi di molecole, proteine, cellule, sinapsi combattono ogni giorno immani battaglie per la sopravvivenza e impartiscono comandi per resistere, combattere, riordinarsi, ricostruire, ordinarsi e riprogrammare l’intero organismo. E tutto questo unicamente destinato alla sopravvivenza della vita.

  Su tutto questo regna incontrastata la mente e la coscienza genetica profonda. La si chiami così o intelletto o anima per me fa lo stesso. Non serve affibbiarle un’etichetta, basta soltanto comprendere cosa sia. Forse gli amanti o gli schiavi della tekné potrebbero identificarla in quello che da tempo immemore gli scienziati chiamano DNA spazzatura…

Ma a noi poco importa perché sappiamo che comunque la si chiami è lì e fa tutto il suo dovere, se noi non glielo impediamo serrando le sinapsi coscienti e razionali.


  Dentro di noi c’è il pensiero con i suoi paesaggi, oltre il pensiero l’immagine con i suoi fiumi, le sue piante e i suoi frutti, oltre l’immagine l’istinto, orizzonti e prospettive coste  e terra ferma… ma oltre le coste frastagliate dell’istinto c’è l’oceano, il grande oceano profondo e vertiginoso che talvolta intimorisce per la sua vastità e la certezza di essere a noi ignoto, puro, intatto.


  Proprio lì crediamo e pensiamo razionalmente che si annidino i mostri più orrendi e pericolosi, mostri enormi e sconosciuti che vagano nei suoi abissi profondi. Un tema antico trasportato dalle onde del tempo fino a noi. « Non si raggiungano i confini della Terra poiché nelle sue acque ignote si annidano mostruose creature che distruggono e divorano navi e uomini…. Scilla e Cariddi? forse. Il grande Kracken? O magari il temibile Miðgarðsormr più conosciuto col nome Jǫrmungandr… il mitico serpente cosmico che avvolge con le sue spire l’intero globo terracqueo? Forse. 


  Abbiamo dunque ogni arma ma questi mostri che ben si possono riconoscere nella mitologia per considerarli almeno sotto il profilo simbolico come il Minotauro ad esempio dal possente corpo umano ma dalla testa taurina. Eccolo il segnacolo di una umanità soltanto in apparenza umana ma pericolosamente selvatica e aggressiva, viziata dai sensi più primordiali e dalle paure più irrazionali.

  

  O il Ciclope il gigante monoculo. Perché solo uno? Nessuno se lo chiede. Deformità fisica soltanto? Si, forse ma di certo impossibilità a cogliere prospettive e tridimensionalità. Un pò alla stregua di un cavallo con i paraocchi, il ciclope è come la nuova umanità: violenta, ignorante, passiva, senza altre pulsioni che quelle del semplice e brado sopravvivere incapace di vedere oltre, scorgere tra le profondità, afferrare riflessi. Un’entità gretta nata, cresciuta e vissuta entro ipogei e caverne e disabituata al pensiero riflessivo ma soltanto al riflesso delle abitudini dell’impulso e dei vizi.


  Sono questi forse i mostri che temiamo? O piuttosto quelli indistinti ed evanescenti che abbiamo coltivato sotto l’attenta e zelante guida dei nostri carnefici?

Forse, anzi quasi certamente entrambi perché entrambi figli degli stessi padri, sedicenti divini.

Questa genia violenta e tracotante, ancorché astuta, ci ha insegnato a guardare e vedere solo ciò che vogliono che si guardi e si veda fino al punto di poter ormai mentire spudoratamente e senza tema su ogni più elementare verità certi che ormai noi siamo del tutto dimentichi e ignari. Cotti a puntino.


  Come parliamo, come comunichiamo? Al telefono!

Come apprendiamo? Alla Televisione, al computer, al cellulare o al tablet.

Come ci spostiamo? Auto, treno, aereo….

Come ragioniamo? Dimmelo tu!

Come decidiamo? Ah… Dimmelo tu… Lo dice lui… Lo sa benissimo l’amico del mio amico dell’amico di miocuggino…! Lui si, lui lo sa. Lo ha detto « LoScienZiato »!


  Ma forse il problema è antico. Forse sta tutto in un pollice opponibile… quello che ci suggerì che si può fare qualunque cosa purché si abbia l’attrezzo giusto: l’ascia, il cacciavite, il martello, la clava, la pistola, il fucile, il razzo… il computer… il raggio della morte… il virus…


  Da quel pollice opponibile si è arrivati ad opporsi ad ogni innata capacità umana delegando tutto alla capacità di afferrare ogni cosa nostra con « la macchina » al punto che all’orizzonte, ormai vicino, si staglia un’umanità per metà macchina e per metà umana e ogni sua scelta verrà abdicata all’algoritmo: la più disumana e stolta razionalità immaginabile. Un algoritmo non pensante ma regolato soltanto sul si e sul no, sul bianco e sul nero, sulla contrapposizione di giusto e sbagliato: creato su su una serie di segnali indicativi che fungono da paradigma e da segnale di via libera o di allarme e di Stop. Si fa così. Si Deve far così.  E cos’è tutto questo se non un pastorale? Un prolungamento della mano provvista di un pollice opponibile? Il bastone con cui artatamente il pastore conduce le sue pecore al pascolo, all’ovile, alla tosa o al macello?


  Dunque abbiamo smarrito il vero limite? Il fiume in piena che scorre dentro e che ci urla a gran voce di fare di più, spingendoci oltre i limiti ritenuti possibili? E se prima quei limiti erano cento, poi dieci ed oggi, esangui, smorti e offesi, sono ridotti a due, forse tre. Possibile che accettiate tutto ciò? Possibile che non ci sia più nulla che vi spinga oltre? Nessuna sete, nessun dubbio, nessuna pulsione e persino più nessuna fede? Nessun desiderio di assaggiare il disgustoso sapore della più dura delle battaglie?

Eppure come tutti avete un dono straordinario, meraviglioso, insostituibile, incommensurabile e unico: 


Voi stessi e la vostra esistenza. 

  Odisseo ha sconfitto quell'algoritmo non con la forza ma con l'astuzia. Ha saputo mentire senza mentire. "Il mio nome è Nemo!" il mio nome è nessuno. E l'algoritmo ha domandato al ciclope: "Chi ti ha ferito?" e il demente Polifemo si fa prolungamento del pollice opponibile di Odisseo e inconsapevolmente lo aiuta distruggendo ed annullando a sua volta l'algoritmo ingannandolo: "Nessuno! Nessuno mi ha ferito!".

  Opponete quel pollice opponibile. Mostratelo fieramente «Verso»! 


  Afferrate il pastorale e bruciatelo nel fuoco dell’ardore. Siate serpi o lupi  travestiti da pecore. S’impugni l’eterna arguzia e la coraggiosa paura di un’odisseo che ha saputo domare gli dei e mostrare a noi la loro fragile inconsistenza e la loro inutile tracotanza. Siate Odisseo nell’eterno viaggio tra flutti pericolosi e ignoti o tra terre abitate da mostri, giganti, streghe e sacerdoti per condurvi alla casa natia dalla quale riprendere il viaggio senza più paure e senza più inganni verso lo sconfinato e ormai sgombro oceano della vita. 





Marathana - Il nuovo Milhamah - le nuove regole della guerra invisibile.



mercoledì 18 agosto 2021

Differentiam.

Quaerendo inveniet !



BEH….

Ormai pare accertato e suffragato da molteplici studi, da parte di rappresentanti tra i più accreditati al mondo dell’esegesi ebraica.

Un giorno, molto lontano nel tempo e nello spazio, i colonizzatori giunsero su questa terra insieme ai loro militari e ai loro scienziati. O forse erano già qui da millenni ma erano arrivati al capolinea della loro civiltà…

Verrebbe da chiedersi perché quella civiltà era giunta al capolinea? Chi l’aveva annientata? Forse quei colonizzatori erano proprio loro i responsabili ? Avevano sbagliato tutto ma avevano soldi e potere e volevano riservarsi un nuovo futuro mantenendo vivo il loro stile di vita e la loro ideologia criminale? Verrebbe da ammetterlo… sinceramente.


Erano pochi, dunque questi eletti e non riuscivano a far tutto da soli… idearono una strategia che richiedeva competenza e tecnologia avanzata ma aveva un che di geniale.

Si dissero:

« Trasformiamo questi ominidi in gente simile a noi e assoggettiamoli affinché facciano per noi tutto ciò che va fatto e tutto ciò che è per noi faticoso e noioso…! ».

Ci provarono molte volte creando ibridi e chimere mostruose e spesso fragili, dementi o semplicemente inadatte alla vita. 

Svuotavano i loro geni naturali, abbassavano le loro difese immunitarie fino ad azzerarle per permettere di innestare il patrimojnio genetico che essi volevano…
Avevano bisogno di tanti esseri e animali. E in quei « campi » /giardini trascorsero anni sperimentando e fallendo.

Ci riprovarono ancora, e ancora… Finché un giorno cambiarono la « Matrice » cioè la femmina ospite che offriva un materiale genetico migliore e maggiormente compatibile.

E il miracolo fu!

Un fantastico miracolo della loro Tékhnē.  Uno spiraglio, una magnifica finestra sul loro futuro!


Impiantarono dei campi attrezzati, chiusi al mondo esterno, autosufficienti e autarchici con fiumi, fonti, laghi, orti e allevamenti e - naturalmente - laboratori e caserme…. 

Nacque il primo essere e ne fecero copie sufficienti a servirli in ogni campo sgravandoli di ogni fatica. Questi esseri furono detti Ah-dam. Era simile a loro ma con qualcosa in meno e, soprattutto, non fu edotto di tutte quelle cose che lo avrebbero reso non più uguale a loro ma esattamente identico in tutto e per tutto.


Non potevano permetterlo. Dovevano essere sottomessi e illusi di avere libertà e libero arbitrio. Non dovevano avere coscienza di ciò che era accaduto e perché loro fossero lì.

In fin dei conti era un vero paradiso! Natura, nutrimento, aria buona, un mondo senza competizione e potere di gestione dei acqua, terra e bestiame. Ma…

C’era un grande  « Ma »….


Era tutto lì?

Nuda vita? Mangiare, lavorare, servire e riverire… tutto qui?

E il senso di tutte le cose, dov’era? Dov’era l’intelletto? La meraviglia, la sapienza, il bene e il male?

No. Nessuno doveva farsi queste domande. Sarebbe stato davvero pericoloso per i coloni. Se l’Ah-dam  avesse scoperto l’arte ermeneutica? Se avesse scoperto il bene ed il male? Di certo sarebbe stato in grado di giudicarli! E trovare in essi una colpa grave che immancabilmente stavano incautamente reiterando. Ma stavolta non a proprio danno ma a danno dei neonati umani.


Ma qualcuno aprì loro gli occhi, e non lo fece per cattiveria o per dispetto ma per rispetto e per avere un giorno alleati contro quella genia orribile e tracotante. E quel giorno tutto cambiò. E l’uomo fu invitato a lasciare quel luogo protetto e segreto, custodito da abili e fortissimi soldati e guardie.


Fu lasciato a se stesso e libero di vagare per il mondo abitato da milioni di creature sconosciute e forse pericolose. Conobbe così il dolore e la morte ma soprattutto conobbe la conoscenza e l'intelletto. Ma nel frattempo doveva imparare a fare tante cose, più di quelle che aveva già imparato a fare nel Campo conchiuso... vagando sulla terra incontrò altri esseri, talvolta s'innamorò ed ebbe figli... nacque così un'altra umanità per metà figlia diretta dei colonizzatori. 


Dovette ricominciare daccapo e scoprire un’altra realtà: quella vera del mondo. Ma solo di una cosa doveva realmente aver paura: di quelli che lo avevano generato e che si facevano chiamare Dei, Θεοί - theoí… 


E così fu; perché tra tutti, uno di essi, un giovane generale tanto inesperto quanto tracotante, ebbe assegnato dai colonizzatori un piccolo pezzo di terra da gestire in piena autonomia. Era una steppa ma lui non si perse d'animo e prese con sé una famiglia che vagava di là e che sicuramente riconobbe come discendente da quegli uomini usciti dal Giardino…


Egli prese con sé quella gente e la sottomise ai suoi voleri e impose loro di dominare il mondo e la terra che falsamente aveva loro promessa. Insegnò loro il denaro, il potere, il prestito e l’usura. Fece di loro un popolo obbediente anche se scalcagnato e ignorante…poi il resto è storia. Quel gruppo ancora oggi non ha un terra, resta scalcagnato, continua a uccidere e depredare, ricattare e accumulare armi e denaro; ma continua anche ad aver sempre bisogno di qualcuno che comandi col pugno di ferro. Piange la sua sorte quel popolo, ora che soffre come e più di allora. Urla l’eterno orrore e invoca pietà. Ma questa è un’altra Storia. facciamo un passo indietro.


Ora, Ah-min, torniamo alla storia perché l’immagine che ora avete nella testa dovrebbe esser chiara. Prendetela come un gioco del Bartezzaghi! Scovate le differenze… e vi annuncio ricchissimi premi!


In quei « Giardini » furono dunque rinchiuse in origine tantissime entità alle quali fu sottratto il naturale potere di autodifesa e su di esse i coloni sperimentarono la loro scienza in vista di un’utopica nuova era di cui loro, i colonizzatori, restavano padroni assoluti e molti esseri morirono senza un solo perchè...

Il loro mondo ideale? È presto detto…
Ipso Eo... Un mondo pulito, non inquinato, poco abitato, nessun concorrente (a parte loro stessi ed altri colonizzatori avversari) e una moltitudine di schiavi incoscienti ed ebeti che lavorano incessantemente per loro senza farsi domande ma, anzi, osannandoli come divinità....


Quaerendo invenietis…


R.C.