giovedì 5 dicembre 2024

DEL BENE E DEL MALE

Di Robert Caravella

14 dic.2024



Del Bene , del Male


  “Bene e male, peccato e innocenza, attraversano il mondo tenendosi per mano. Chiudere gli occhi di fronte a metà della vita per vivere in tranquillità è come accecarsi per camminare con maggior sicurezza in una landa disseminata di burroni e precipizi.“ 

(O. Wilde)


Forse Nietzsche, in una delle sue tante profonde intuizioni aveva carpito uno dei piccoli grandi segreti custoditi gelosamente dentro il senso delle cose dell’esistenza non soltanto umana. Parliamo di quella dicotomica coppia che annoveriamo sotto le parole di “Bene“ e “Male“.

  Non solo linguisticamente infatti siamo soggetti a quella che Nietzsche individuava come vacua moralità dei pensatori (e quindi degli intellettuali) del suo tempo ma anche praticamente; e cioè uno scardinamento volontario dei valori profondi e fondamentali pertinenti alla vera  condizione umana posto in atto al solo fine di addomesticare le menti deboli e incolte a principi banali, elementari nella loro essenzialità, ma soprattutto moralisticamente “di comodo“ capaci di guidare e insegnare alle masse alcuni convincimenti assiomatici utili al dominio delle masse stesse. Complice e ideatrice di ciò, una chiesa secolarizzata che su questi due principi ha eretto il suo millenario dominio spingendo incessantemente su un buonismo moralista distorto e del quale ogni uomo sano di mente potrebbe da solo fare a meno evolvendosi in buona salute intellettuale.

  In realtà, chiunque, dopo aver preso su di sé l’onere di leggere ad esempio tutte le scritture da cima a fondo, sa bene che di queste due parole non esiste la minima traccia anche se la moltitudine di zelanti traduttori di regime è adusa ad introdurre questi concetti in maniera del tutto arbitraria e sempre in nome del fideismo religioso a cui l’umanità “deve“ sottomettersi. 


  Sono infatti termini piuttosto obsoleti nei tempi antichi per i quali vi erano tutt’altri lemmi che comunque intendevano tutto fuorché ciò che noi consideriamo come tali. Siamo coattati ormai quasi geneticamente nel dover estremizzare il bene contrapposto al male quali elementi tra cui si pone una frattura insanabile con il rischio di cercare incessantemente di anelare come dei mentecatti balordi unicamente verso l’uno (il Bene) o verso l’altro (il Male) col risultato di acquisire una specializzazione nell’essere per un verso mansueti e indifesi ad ogni costo oppure assetati di potere e tracotanti senza ritegno alcuno per l'altro. Risultato di tutto questo moralismo esasperato è la prima e forse principale divisione del genere umano dal punto di vista sociale, etico e morale le cui flange conducono ad un perenne dibattito sterile su controversie di qualsiasi genere e natura col sostegno dell’insindacabile protocollo giuridico: strumento inutile in un contesto sano ed evoluto ma necessario proprio e soltanto quando nell’individuo sia stata installata tale programmazione.

  Si, in effetti bisogna fare i conti con tutti quei “bug“ che hanno installato nelle nostre menti da secoli e che fanno da filtro ad ogni possibile eresia, scisma o rifiuto. Dividi il bene dal male e insegnalo con zelo cosi che noi si possa confondere loro le menti con le nostre leggi che potremo usare a piacimento a nostro beneficio in qualsiasi momento o situazione.

  Da qui all’odierno e odiato perbenismo o al politicamente coretto il passo è realmente meno che breve. Un battito di ciglia o forse meno.

  Ad esempio in aramaico il termine ܗܘܿܒܵܐ Hwobah’  sta per “bene“ ma significa “amore“ ma al contempo il concetto con cui noi designiamo Amore nello stesso aramaico è “proteggere“ tant’è che con la frase ܟܠܐܢܐ ܡܝܪ  Klʾnʾ myr  si viene a significare “Ti amo“ opp. “Ti proteggo“. Il termine poi che descrive l’atto di amare è poi significativamente ܪܚܡ Rḥm. La stessa radice la ritroviamo nell’Etrusco Rumah ovvero “nodo“, ansa“ riferibile alla curva di un fiume che, nello specifico era quell’ansa di fiume su cui sorse, appunto, Roma e dove per Romulus l’accezione principale è quella di “Amato“ ma anche colui che viene dall’ansa del fiume come da legenda.

  Ma abbiamo comunque qualcosa su cui lavorare in via etimologica poiché nella bibbia spesso compare il termine “benedire“ col quale l’astuto teologo designa un atto terreno con un eufemistico gesto rituale, spirituale e augurale che di fatto non esiste e neanche fu mai pensato. Non a caso ancor ogni si dice: “ha accumulato beni per oltre…“, oppure “i beni di famiglia“, o anche “sulla tavola vi era ogni ben di dio“. Tali locuzioni sono rivelatorie di un modo di esprimersi sommario che si rivela utile proprio al momento della bisogna per intendere tutt’altra cosa da quella originale. Originariamente il bene era cosa fisica e reale e cioè tutto ciò che dava ricchezza e possedimento e così è rimasto nel tempo anche se messo surrettiziamente “a latere“ di quello originale. 

  Sicché se proprio volessimo tradurre pedissequamente quel che si legge nelle scritture dovremmo tradurre almeno con “Bene-dare“ e non “benedire“ in quanto tradizionalmente quella che per noi oggi è un atto simbolico era in passato un atto pratico di dotazione ovvero elargire una dote e solo in seguito “augurare“ una dote e dunque una ricchezza. Tant’è che la cosiddetta “Terra promessa“ è, di fatto, una vera e propria Bene-donazione. Il benedire è dunque residuo dismorfico esattamente come lo è la parola Bene.


  « …Io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e a tua volta sarai fonte di benedizione. Benedirò chi ti benedirà e maledirò chi ti maledirà… Farò di te una grande nazione… sarai fonte di benedizione… »


Da qui si comprende che il “bene-donazione“ è la ricchezza che yaweh (o chi per esso) concede ad Abramo: coloro che daranno qualcosa ad Abramo il dio donerà ad essi qualcosa… 


  Bene procede infatti nell’antico latino da Benus che si ricongiunge a Beàre col significato proprio di arricchire, e che si ritrova nelle forme superlative attiche in Bèlistos o in Bèntistos col medesimo significato. Così oggi, nell’immaginario collettivo, dire di una persona “perbene“ spesso equivale ad associare tale persona ad una condizione benestante (dunque ricca) e per un’ellissi del tutto gratuita e inverosimile anche ad una “brava“ persona, di sani principi, di animo nobile (sic!). Ricordo che il termine Bravo non corrisponde per nulla a quello che supponiamo di sapere in quanto deriva, in realtà da Pravus = cattivo e si collega al celtico Brau che significa terrore… e, infine solo per una piccola parte al gotico Bràkvus mutato in lat. in Bradus e poi in  Brado col senso di indomito…

  A pensarci vengono i brividi. Il sistema teologico moralista ha indotto ad una estensione del concetto in modo del tutto arbitrario facendolo confluire nel preconcetto secondo cui il ricco è anche buono e onesto mentre il povero è endemicamente sporco e disonesto (a parte ovviamente l’altolocato figlio di dio…), oppure che il bene è unicamente estensione ideale di una presunta “ricchezza“ interiore mentre in realtà può esserne soltanto un corollario per nulla sistematico o assiomatico.


  Per il cosiddetto “Male“ le cose non cambiano di molto. Se infatti ci rivolgiamo al solo latino abbiamo l’immediata possibilità di scorgere l’ambiguità arcaica di confondere due termini simili ma non sinonimi che tuttavia, anche in questo caso, sembrano essere stati fraudolentemente confusi occasionalmente solo affinché si creasse un nebuloso e sconclusionato immaginario collettivo. Vediamone insieme i punti salienti. 

  Per un verso abbiamo il solito latino che con la voce Màlus intende descrivere precisamente Ciò che nuoce ma al tempo stesso con una piccola ma infida sostituzione consonantica ci ritroviamo in pieno orizzonte biblico dove viene tradotto Màlum per intendere il pomo ovvero mela della discordia tra gli Adamiti ovvero la Isshàh (la Uoma che al secolo risponde ad Eva/Awah) che si fa convincere dal buon serpente a disobbedire agli ordini del suo Eloah mangiando appunto una mela. Ma qui si complicano di molto le cose perché gli scribacchini che tradussero dal greco a sua volta tradotto dall’antico dialetto giudaico/semitico non fecero alcuna distinzione neanche quando la frase tipicamente idiomatica di “mangiare la mela“ o “cogliere la mela“ risponde unicamente al significato di “consumare l’atto sessuale“ tant’è che ella dall'aitante serpente ebbe un figlio spurio di nome Abele…). Dunque mele e foglie di fico non erano contemplati nell’antico testamento o quantomeno non nel senso catechistico che ci hanno insegnato.


Ritornando quindi alla parola Male dobbiamo tenere a mente che la radice Mal proveniente dal Dorico (quindi imparentato con l’area indo iranica) vale per morbido, molle da cui l’estensione di debilitato (cfr. “Si sentì male“) dunque “non più in forze“. Da cui deriva anche il termine scientifico che identifica lo studio delle lumache e dei loro rispettivi gusci, detti conchiglie, attraverso il lemma “Malacologia“ in quanto tale radice è comune tanto nel latino che nel greco dove ritroviamo i termini Môlys o Môlyrós col senso di debole, stanco, debilitato tradotto, appunto semplicemente con molle e dove Mal-akòs indica appunto i gasteropodi di terra, di mare e d’acque dolci. Resta infine il sscr. Mlânas che equivale a “divento languido“,  “languisco“. 

 Possiamo quindi ben intuire che, almeno inizialmente, il senso dei due termini potevano ben essere complementari intendendosi come l’uno il rovescio dell’altro e cioè ricco e in dote (dotato) per Bene e molle, debole o poco in forze per Male spiegando in tal modo coerentemente l’atto originario del bene-dire (a dare) o di male-dire (o dare) che assumono solo in un secondo tempo il senso di buono o cattivo augurio.

  Pertanto scopriamo con piacere che le argute osservazioni di Nietzsche che in qualche modo concludeva che: “Das Christentum ist platonismus für's ‘Volk“ ovvero “Il cristianesimo è il Platonismo per il popolo“; frase che sottintende l’atto di giustificare i propri pregiudizi e le proprie limitazioni, eminentemente morali, che sono da sempre battezzati solennemente col nome rimbombante di Verità. 

  Ecco dunque che la dicotomia tra Bene e Male si manifesta in un incessante vortice di illazioni, speculazioni e teologismi di vario grado o natura al fine Diu creare un concetto immaginario che allontani l’intelletto umano dalla verità naturale e dalle proprie responsabilità di essere vivente all’interno di un equilibrio prettamente Naturale e cosmico per delegarlo ad una presunta ed inconsistente moralità tutta umana e soprattutto culturale. 

  Pertanto viene da concludere che demolendo dalle fondamenta l’intera sovrastruttura linguistica secolare imposta ci troviamo di fronte ad una carenza sostanziale di termini linguistici atti a descrivere un soggetto (anzi ben due)  non contemplato a monte. E infatti, se guardiamo alla sfera del Naturale non ritroviamo mai questi concetti perché del tutto inutili laddove vige l’elemento di “Ragionevole Necessità“ regolato dai due pilastri inalienabili che sono da un lato la colonna del  principio di difesa della vita e dall’altro il principio della cooperazione in nome della vita comune. In tal modo in Natura non può esistere o sussistere un principio secondo cui tutto viene diviso tra Bene e Male così come noi crediamo di concepirli presupponendo un mondo angelico melenso che si oppone ad un mondo diabolico, cattivo e spietato (senza motivo) che si combattono per la supremazia dell’uno sull’altro. Diabolico lo è il solo pensare che possa davvero esistere una battaglia simile all’interno di una sì nobile Natura con buona pace delle teologie “per i poveracci“ e dei moralismi dei mitomani del potere temporale travestito (diabolicamente) da spirituale.

  In Natura tutto è prodigio oltre misura e nessun uomo può riuscire a piegarla a suo piacimento come vuol fare la filosofia o la religione pertanto non può esser tiranneggiata allo stesso modo in cui gli uomini giocano a tiranneggiare se stessi. Come afferma lo stesso Nietzsche lo stoicismo antico col suo “vivi secondo Natura“ mostra come ogni filosofia dai primordi si è creata un mondo reale a propria immagine e somiglianza così che ogni filosofia è in ultima analisi una volontà di potenza che tenta di crearsi una causa prima... 

   Concluderei perciò con una considerazione elementare che è la certa obiezione che viene posta: Ma allora se bene e male sono inesistenti con che cosa identifico tutto l’orrore, la cattiveria, la violenza che vediamo di continuo e oggi più che mai? Come si può collocare con l’amore che ho dentro di me così lontano da tutto questo orrore?

  A questa domanda non può esserci che una risposta, in primo luogo interiore, che riveli a sé stessi la natura di coloro la cui unica dote è la bassezza e l’ignoranza condensati in un coacervo di debolezze da cui non sanno uscire se non sottomettendo, uccidendo, rapinando, esiliando chiunque si mostri in possesso di minime doti ad essi superiori con l’esclusione del denaro che essi stessi hanno inventato per sottomettere e dominare astutamente. Pertanto il debole, il molle, il flaccido e forse persino il marcio e quindi Malus corrompe  e infetta tutto ciò che è vitale e ricco di doti. Non aver paura del Male corrisponde esattamente a reiterare ciò che in Natura accade ogni singolo istante da sempre: dove c’è il male questo viene trasformato e ridistribuito come cibo per tutti.


χαῖρε 

Robert