venerdì 30 agosto 2013

Instasis



Da:
Il Rovinoso Incanto
di R. Caravella


Non ci si scandalizzi se una volta tanto non si parla di denaro o di
“lavoro”; di qualunque cosa si discuta o si contesti, la quintessenza, il
senso reale, il nocciolo incandescente del male è solo uno: la società sta
smarrendo sempre più l’arte come sacralità del percepire, del porgere; e
con essa ogni suo confine evapora in un nulla. Non rida lo stolto, né
smerigli una smorfia il pavido superbo. Si sono confusi i confini, si è
secolarizzato nell’usura il pensiero comune, il bisogno della ricerca
individuale, il senso del com-patire: non soltanto nel dolore ma anche nel
sentire, così, semplicemente come pura contiguità. L’anima si abbarbica
disperata sempre più a vene occluse, a muscoli “scolpiti”, a pensieri di
pietra, tecnologici e materiali, fatti di una crepuscolare solidità che
risuona di clangore ferroso e da cui, perfetto, trasuda l’identico sapore di
un sangue avvizzito; arrugginito dal trasandato trascinarsi fra torri
d’avorio traboccanti di illusioni, colme di fragili sogni e senza memoria.
E’ un cattivo modo di passare i giorni senza “farsi meraviglia”.
Che arte è il vivere senza meraviglia? Che vivere è senza la meraviglia
dell’arte? Che senso può mai avere il perdersi senza partire? O senza
patire: turbamento inquieto e curioso dello scoprire di continuo la
possibilità di stringere la vita, perforarne il velo del suo confine per
andare oltre, magari senza vedere. “Farsi meraviglia” è far nuova ogni
cosa, senza certezze. Senza improbabili certezze. E l’arte, purché non
edificata sulla celebrazione del sé ma aperta sull’immoto Tempo Perfetto,
foriero di maraviglia e di stupore, ti rende libero senza inganno. E’
un’arte sottile e lieve ma dura come può essere la fede. Ma la fede è per
sua natura solida come un macigno; l’arte no, è un battito d’ali, un
palpito leggero e fragile che ondeggia eternamente e indistruttibile sul
soffio dell’anima volta alla conquista della vita. Ma come resisti, o vita?
Esclama il poeta animato da stupore perfetto e puntuto come la cuspide
di una picca che il tempo rende sempre più acuminata e pungente. Lo
stupore ricoglie per ciò che è nuovo come per il tempo che rimane, per
un mattino che ci lascia o per il sonno che viene, lo stupore è più grande
del nostro giudicare anche quando sgretola le nostre friabili e incrollabili
certezze.
Abbiamo smarrito, ma francamente non per nostra totale colpa, l’arte
della meraviglia, e ci si schernisce con fare adolescenziale trincerandosi
dietro il timore di incappare in uno stato di eterna, sciocca e inebetita
follia. Ma per far questo si corre dietro una chimica follia che ti uccide
silenziosa dietro la maschera di falsi stupori, falsi coraggi, falsi sogni,
pericolosi declivi irti di incosciente cinismo che riduce senza pietà i
confini della vita, quella che ci circonda da ogni parte, quella che ci
trapassa come una spada, che ci ferisce senza uccidere, quella che sceglie
di manifestarsi il più possibile lontano da Dio facendosi carne e bevendo
la morte soltanto per scoprire di essere Dio in qualunque forma. Ma in
questo gioco d’identità non può esistere e sussistere dissimulazione
poiché non è con la trasandata e ipocrita perfezione virtuosistica d’attori
consumati che mettiamo in atto ogni istante del nostro diurno, che
riusciremo ad essere dio se non per un fugace momento vissuto sotto un
occhio di bue nel tentativo di convincere chi sa di mentire e di avere di
fronte chi mente. No, lo stupore vero di questo gioco si consuma nel
silenzio, in quei luoghi oscuri e pervasi di lucore algido in cui è
impossibile mentire, da cui non può sfuggire nessuna verità e dove nulla
può travestirsi da menzogna. E’ quel mirabile silenzio che apre e
conchiude le nostre esistenze, eterno e immortale come un dio al quale è
impossibile mentire. Lì si cela lo stupore, lì si apre l’uscio della meraviglia
dove l’attore può recitare la sua interpretazione migliore: quella di se
stesso. Quel giardino in cui l’artista diviene povero, non di denaro ma di
materiali, affinché un solo soggetto possa stupire per quante anime lo
possiedono e ne plasmino le forme. Come il canto divino ha plasmato
tutto così un solo suono, un solo colore, una sola parola, un solo sapore,
un tocco, un bacio, nel farsi carne diviene strumento del vivere, fiore
spontaneo del farsi meraviglia.
Si dolga l’opprimente governatore malato di mal d’avorio: Lo stupore lo
coglierà di sorpresa, allorché ciò che credette solido si liquefece e ciò che
gli parve fragile lo travolse come un diluvio possente mostrandogli tutta
la sua inutile inconsistente certezza.
Il vero sapere è nell’autentico sentire attraverso la meraviglia,
declinazione devota di ogni giudicare, di ogni misura, di ogni calcolo e di
ogni confine. Luogo in cui il patire e il com-patire si fa dignità, pienezza
e potenza.

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