giovedì 5 dicembre 2024

DEL BENE E DEL MALE

Di Robert Caravella

14 dic.2024



Del Bene , del Male


  “Bene e male, peccato e innocenza, attraversano il mondo tenendosi per mano. Chiudere gli occhi di fronte a metà della vita per vivere in tranquillità è come accecarsi per camminare con maggior sicurezza in una landa disseminata di burroni e precipizi.“ 

(O. Wilde)


Forse Nietzsche, in una delle sue tante profonde intuizioni aveva carpito uno dei piccoli grandi segreti custoditi gelosamente dentro il senso delle cose dell’esistenza non soltanto umana. Parliamo di quella dicotomica coppia che annoveriamo sotto le parole di “Bene“ e “Male“.

  Non solo linguisticamente infatti siamo soggetti a quella che Nietzsche individuava come vacua moralità dei pensatori (e quindi degli intellettuali) del suo tempo ma anche praticamente; e cioè uno scardinamento volontario dei valori profondi e fondamentali pertinenti alla vera  condizione umana posto in atto al solo fine di addomesticare le menti deboli e incolte a principi banali, elementari nella loro essenzialità, ma soprattutto moralisticamente “di comodo“ capaci di guidare e insegnare alle masse alcuni convincimenti assiomatici utili al dominio delle masse stesse. Complice e ideatrice di ciò, una chiesa secolarizzata che su questi due principi ha eretto il suo millenario dominio spingendo incessantemente su un buonismo moralista distorto e del quale ogni uomo sano di mente potrebbe da solo fare a meno evolvendosi in buona salute intellettuale.

  In realtà, chiunque, dopo aver preso su di sé l’onere di leggere ad esempio tutte le scritture da cima a fondo, sa bene che di queste due parole non esiste la minima traccia anche se la moltitudine di zelanti traduttori di regime è adusa ad introdurre questi concetti in maniera del tutto arbitraria e sempre in nome del fideismo religioso a cui l’umanità “deve“ sottomettersi. 


  Sono infatti termini piuttosto obsoleti nei tempi antichi per i quali vi erano tutt’altri lemmi che comunque intendevano tutto fuorché ciò che noi consideriamo come tali. Siamo coattati ormai quasi geneticamente nel dover estremizzare il bene contrapposto al male quali elementi tra cui si pone una frattura insanabile con il rischio di cercare incessantemente di anelare come dei mentecatti balordi unicamente verso l’uno (il Bene) o verso l’altro (il Male) col risultato di acquisire una specializzazione nell’essere per un verso mansueti e indifesi ad ogni costo oppure assetati di potere e tracotanti senza ritegno alcuno per l'altro. Risultato di tutto questo moralismo esasperato è la prima e forse principale divisione del genere umano dal punto di vista sociale, etico e morale le cui flange conducono ad un perenne dibattito sterile su controversie di qualsiasi genere e natura col sostegno dell’insindacabile protocollo giuridico: strumento inutile in un contesto sano ed evoluto ma necessario proprio e soltanto quando nell’individuo sia stata installata tale programmazione.

  Si, in effetti bisogna fare i conti con tutti quei “bug“ che hanno installato nelle nostre menti da secoli e che fanno da filtro ad ogni possibile eresia, scisma o rifiuto. Dividi il bene dal male e insegnalo con zelo cosi che noi si possa confondere loro le menti con le nostre leggi che potremo usare a piacimento a nostro beneficio in qualsiasi momento o situazione.

  Da qui all’odierno e odiato perbenismo o al politicamente coretto il passo è realmente meno che breve. Un battito di ciglia o forse meno.

  Ad esempio in aramaico il termine ܗܘܿܒܵܐ Hwobah’  sta per “bene“ ma significa “amore“ ma al contempo il concetto con cui noi designiamo Amore nello stesso aramaico è “proteggere“ tant’è che con la frase ܟܠܐܢܐ ܡܝܪ  Klʾnʾ myr  si viene a significare “Ti amo“ opp. “Ti proteggo“. Il termine poi che descrive l’atto di amare è poi significativamente ܪܚܡ Rḥm. La stessa radice la ritroviamo nell’Etrusco Rumah ovvero “nodo“, ansa“ riferibile alla curva di un fiume che, nello specifico era quell’ansa di fiume su cui sorse, appunto, Roma e dove per Romulus l’accezione principale è quella di “Amato“ ma anche colui che viene dall’ansa del fiume come da legenda.

  Ma abbiamo comunque qualcosa su cui lavorare in via etimologica poiché nella bibbia spesso compare il termine “benedire“ col quale l’astuto teologo designa un atto terreno con un eufemistico gesto rituale, spirituale e augurale che di fatto non esiste e neanche fu mai pensato. Non a caso ancor ogni si dice: “ha accumulato beni per oltre…“, oppure “i beni di famiglia“, o anche “sulla tavola vi era ogni ben di dio“. Tali locuzioni sono rivelatorie di un modo di esprimersi sommario che si rivela utile proprio al momento della bisogna per intendere tutt’altra cosa da quella originale. Originariamente il bene era cosa fisica e reale e cioè tutto ciò che dava ricchezza e possedimento e così è rimasto nel tempo anche se messo surrettiziamente “a latere“ di quello originale. 

  Sicché se proprio volessimo tradurre pedissequamente quel che si legge nelle scritture dovremmo tradurre almeno con “Bene-dare“ e non “benedire“ in quanto tradizionalmente quella che per noi oggi è un atto simbolico era in passato un atto pratico di dotazione ovvero elargire una dote e solo in seguito “augurare“ una dote e dunque una ricchezza. Tant’è che la cosiddetta “Terra promessa“ è, di fatto, una vera e propria Bene-donazione. Il benedire è dunque residuo dismorfico esattamente come lo è la parola Bene.


  « …Io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e a tua volta sarai fonte di benedizione. Benedirò chi ti benedirà e maledirò chi ti maledirà… Farò di te una grande nazione… sarai fonte di benedizione… »


Da qui si comprende che il “bene-donazione“ è la ricchezza che yaweh (o chi per esso) concede ad Abramo: coloro che daranno qualcosa ad Abramo il dio donerà ad essi qualcosa… 


  Bene procede infatti nell’antico latino da Benus che si ricongiunge a Beàre col significato proprio di arricchire, e che si ritrova nelle forme superlative attiche in Bèlistos o in Bèntistos col medesimo significato. Così oggi, nell’immaginario collettivo, dire di una persona “perbene“ spesso equivale ad associare tale persona ad una condizione benestante (dunque ricca) e per un’ellissi del tutto gratuita e inverosimile anche ad una “brava“ persona, di sani principi, di animo nobile (sic!). Ricordo che il termine Bravo non corrisponde per nulla a quello che supponiamo di sapere in quanto deriva, in realtà da Pravus = cattivo e si collega al celtico Brau che significa terrore… e, infine solo per una piccola parte al gotico Bràkvus mutato in lat. in Bradus e poi in  Brado col senso di indomito…

  A pensarci vengono i brividi. Il sistema teologico moralista ha indotto ad una estensione del concetto in modo del tutto arbitrario facendolo confluire nel preconcetto secondo cui il ricco è anche buono e onesto mentre il povero è endemicamente sporco e disonesto (a parte ovviamente l’altolocato figlio di dio…), oppure che il bene è unicamente estensione ideale di una presunta “ricchezza“ interiore mentre in realtà può esserne soltanto un corollario per nulla sistematico o assiomatico.


  Per il cosiddetto “Male“ le cose non cambiano di molto. Se infatti ci rivolgiamo al solo latino abbiamo l’immediata possibilità di scorgere l’ambiguità arcaica di confondere due termini simili ma non sinonimi che tuttavia, anche in questo caso, sembrano essere stati fraudolentemente confusi occasionalmente solo affinché si creasse un nebuloso e sconclusionato immaginario collettivo. Vediamone insieme i punti salienti. 

  Per un verso abbiamo il solito latino che con la voce Màlus intende descrivere precisamente Ciò che nuoce ma al tempo stesso con una piccola ma infida sostituzione consonantica ci ritroviamo in pieno orizzonte biblico dove viene tradotto Màlum per intendere il pomo ovvero mela della discordia tra gli Adamiti ovvero la Isshàh (la Uoma che al secolo risponde ad Eva/Awah) che si fa convincere dal buon serpente a disobbedire agli ordini del suo Eloah mangiando appunto una mela. Ma qui si complicano di molto le cose perché gli scribacchini che tradussero dal greco a sua volta tradotto dall’antico dialetto giudaico/semitico non fecero alcuna distinzione neanche quando la frase tipicamente idiomatica di “mangiare la mela“ o “cogliere la mela“ risponde unicamente al significato di “consumare l’atto sessuale“ tant’è che ella dall'aitante serpente ebbe un figlio spurio di nome Abele…). Dunque mele e foglie di fico non erano contemplati nell’antico testamento o quantomeno non nel senso catechistico che ci hanno insegnato.


Ritornando quindi alla parola Male dobbiamo tenere a mente che la radice Mal proveniente dal Dorico (quindi imparentato con l’area indo iranica) vale per morbido, molle da cui l’estensione di debilitato (cfr. “Si sentì male“) dunque “non più in forze“. Da cui deriva anche il termine scientifico che identifica lo studio delle lumache e dei loro rispettivi gusci, detti conchiglie, attraverso il lemma “Malacologia“ in quanto tale radice è comune tanto nel latino che nel greco dove ritroviamo i termini Môlys o Môlyrós col senso di debole, stanco, debilitato tradotto, appunto semplicemente con molle e dove Mal-akòs indica appunto i gasteropodi di terra, di mare e d’acque dolci. Resta infine il sscr. Mlânas che equivale a “divento languido“,  “languisco“. 

 Possiamo quindi ben intuire che, almeno inizialmente, il senso dei due termini potevano ben essere complementari intendendosi come l’uno il rovescio dell’altro e cioè ricco e in dote (dotato) per Bene e molle, debole o poco in forze per Male spiegando in tal modo coerentemente l’atto originario del bene-dire (a dare) o di male-dire (o dare) che assumono solo in un secondo tempo il senso di buono o cattivo augurio.

  Pertanto scopriamo con piacere che le argute osservazioni di Nietzsche che in qualche modo concludeva che: “Das Christentum ist platonismus für's ‘Volk“ ovvero “Il cristianesimo è il Platonismo per il popolo“; frase che sottintende l’atto di giustificare i propri pregiudizi e le proprie limitazioni, eminentemente morali, che sono da sempre battezzati solennemente col nome rimbombante di Verità. 

  Ecco dunque che la dicotomia tra Bene e Male si manifesta in un incessante vortice di illazioni, speculazioni e teologismi di vario grado o natura al fine Diu creare un concetto immaginario che allontani l’intelletto umano dalla verità naturale e dalle proprie responsabilità di essere vivente all’interno di un equilibrio prettamente Naturale e cosmico per delegarlo ad una presunta ed inconsistente moralità tutta umana e soprattutto culturale. 

  Pertanto viene da concludere che demolendo dalle fondamenta l’intera sovrastruttura linguistica secolare imposta ci troviamo di fronte ad una carenza sostanziale di termini linguistici atti a descrivere un soggetto (anzi ben due)  non contemplato a monte. E infatti, se guardiamo alla sfera del Naturale non ritroviamo mai questi concetti perché del tutto inutili laddove vige l’elemento di “Ragionevole Necessità“ regolato dai due pilastri inalienabili che sono da un lato la colonna del  principio di difesa della vita e dall’altro il principio della cooperazione in nome della vita comune. In tal modo in Natura non può esistere o sussistere un principio secondo cui tutto viene diviso tra Bene e Male così come noi crediamo di concepirli presupponendo un mondo angelico melenso che si oppone ad un mondo diabolico, cattivo e spietato (senza motivo) che si combattono per la supremazia dell’uno sull’altro. Diabolico lo è il solo pensare che possa davvero esistere una battaglia simile all’interno di una sì nobile Natura con buona pace delle teologie “per i poveracci“ e dei moralismi dei mitomani del potere temporale travestito (diabolicamente) da spirituale.

  In Natura tutto è prodigio oltre misura e nessun uomo può riuscire a piegarla a suo piacimento come vuol fare la filosofia o la religione pertanto non può esser tiranneggiata allo stesso modo in cui gli uomini giocano a tiranneggiare se stessi. Come afferma lo stesso Nietzsche lo stoicismo antico col suo “vivi secondo Natura“ mostra come ogni filosofia dai primordi si è creata un mondo reale a propria immagine e somiglianza così che ogni filosofia è in ultima analisi una volontà di potenza che tenta di crearsi una causa prima... 

   Concluderei perciò con una considerazione elementare che è la certa obiezione che viene posta: Ma allora se bene e male sono inesistenti con che cosa identifico tutto l’orrore, la cattiveria, la violenza che vediamo di continuo e oggi più che mai? Come si può collocare con l’amore che ho dentro di me così lontano da tutto questo orrore?

  A questa domanda non può esserci che una risposta, in primo luogo interiore, che riveli a sé stessi la natura di coloro la cui unica dote è la bassezza e l’ignoranza condensati in un coacervo di debolezze da cui non sanno uscire se non sottomettendo, uccidendo, rapinando, esiliando chiunque si mostri in possesso di minime doti ad essi superiori con l’esclusione del denaro che essi stessi hanno inventato per sottomettere e dominare astutamente. Pertanto il debole, il molle, il flaccido e forse persino il marcio e quindi Malus corrompe  e infetta tutto ciò che è vitale e ricco di doti. Non aver paura del Male corrisponde esattamente a reiterare ciò che in Natura accade ogni singolo istante da sempre: dove c’è il male questo viene trasformato e ridistribuito come cibo per tutti.


χαῖρε 

Robert


martedì 26 novembre 2024

Quando la semplice verità appare meno della sua narrazione



Che la Terra sia piana, sferica, a pera o tetraedrica a noi poco importa ai fini di una tra visioni che più preoccupa l’umanità dopo i virus, le guerre totali, gli olocausti, la CO2, il dipsteit, le elezioni americane o le ScieKhimikhe o il catastrofico quanto demenziale “cambiamento climatico“... Lo dico perché in verità, se ci si fa caso, ogni narrazione è sempre più amplificata oltre l’immaginabile creando mostri mentali, chimere orrende e voraci appositamente per indurre ad un continua angustia ed uno stress psicologico che lasci continuamente intravvedere l’ombra apocalittica della morte e della distruzione. In realtà basterebbe fare il punto per un momento con il distacco dovuto e ragionare quel minimo che sia sufficiente a ridicolizzare tanto la narrativa stessa quanto i presupponenti narratori con la loro schiera di “sparpagliatori mercenari“ di notizie ufficiali. Facciamo finta che l’immagine qui sopra corrisponda alla reale forma della nostra povera vecchia Terra e consideriamo soltanto quella vastità che al momento ci è data per ufficiale. Fermo restando che, per quanto riguardi il sottoscritto, la convinzione è che in realtà essa sia molto più grande di quanto ci abbiano fatto credere fino ad oggi... e la stima si aggira intorno ai due terzi in più... minimo... rispetto alle dimensioni ufficiali; ma questa è un’altra storia. E tralasciamo anche la reale quantità di acqua presente sul pianeta, dentro il pianeta, oltre il pianeta. Lasciamo queste considerazioni in un’altra sede di analisi. Quel che importa in questa sede è frutto di un ragionamento tanto semplice da sembrare fin troppo banale e perciò di scarso valore, ma come vedremo presto così non è.

Quello che ci interessa invece, è piuttosto tentare di ridimensionare quell’allarmismo e ridurlo ad una semplice costruzione senza senso di una infernale macchina globalista e, per dirla in modo semplice e popolaresco, sputtanarla ancora una volta per capire chi realmente abbiamo di fronte (o sopra, per i più demoralizzati).  

Guardiamo dunque questa Terra e ci rendiamo subito conto che, piatta o sferica, le sue dimensioni rispetto all’attività umana è decisamente molto, moltissimo, infinitamente più grande di quel che le nostre piccole menti possono comprendere. In questa immagine si può soltanto immaginare che quel puntino al centro individua una intera regione italiana e parliamo di un perimetro di circa 500 km. Ma se restringiamo il campo ad una sola provincia arriviamo a coprire un perimetro di circa 175 km. Se paragonata al solo perimetro africano di quasi 24.000 km per un area complessiva di 41.065.952.254.442,24 km2 (Come si legge, 41 trilioni e fischia di chilometri quadrati?). Dunque cominciando a restringere l’area seguendo quelle maledettissime irrorazioni di metalli pesanti, carburanti fossili, minerali e microparticelle chimiche d’ogni sorta, cominciamo (per così dire) a ridimensionare un problema che pare “mondiale“ ma che di fatto mondiale non lo è o almeno non lo è a livello di globalità terrestre. Eh, si... perché per quanti milioni di tonnellate di merda chimica vadano spargendo nei nostri cieli in realtà è molto meno di una spruzzata di anti zanzare in una notte d’estate; almeno per quanto riguarda la nostra madre Terra nella sua interezza.





Come si vede da questa seconda immagine cominciamo a restringere il campo sulla nostra Europa e sul intero bacino Mediterraneo. Quel puntino è sempre il nostro indicatore che comprende una intera regione. È li, ad esempio che insistono a irrorare la loro merdolina che dovrebbe cambiare il clima... ma andiamo ancora oltre:


Mmmmh... ancora troppo piccola la zona. Non si vedono neanche le città. E le scie che fanno tris in cielo sono del tutto invisibili. Andiamo oltre... focus...



Ancora niente. Niente città, opere o attività umane visibili. Figuriamoci le scie... Andiamo avanti? Dài!|

Ecco, ci stiamo avvicinando sempre più come alieni che atterrano sulla terra con le loro astronavi...

                 


Ci siamo quasi. Riconosciamo già parte del territorio. Siamo in pieno nord del Lazio tra Tuscia e Toscana... Siamo nella zona dei laghi del centro Italia, tra Lago di Bolsena, Lago di Ronciglione e lago di Bracciano, zona preferita degli insediamenti Villanoviani ed etruschi. Ma ancora non si vede l’ombra di città se non aguzzando la vista. Scendiamo ancor più di quota.



Ecco. Finalmente quasi ci siamo. Se facciamo caso e aguzziamo la vista vediamo finalmente una piccola città e, in particolar modo Viterbo con la sua provincia che include il lago di Vico. 
Qui in questa zona sono avvistate di continuo irrorazioni intensive di immondizia chimica sparsa giorno e notte ma, ultimamente, più di notte che di giorno per evitare l’esasperazione pubblica. Ma spesso la Natura è abbastanza ingrata con gli stronzi per fortuna e così alle prime luci del giorno continuano ad essere visibili. Ma ora scendiamo ancora di quota e proviamo a vedere cosa si può notare.


Ecco che con un piccolo sforzo possiamo vedere dal satellite quelle strisce bianche lasciate dagli aerei. Sono appena visibili da cielo ma sono ben evidenti e inquietanti se viste da terra. Ma adesso facciamoci qualche domanda. Da questa distanza e in confronto alla vastità della terra, nonostante sappiamo che queste scie rappresentano tonnellate di merda chimica sparsa in cielo, per la nostra terra non è che un piccolo aerosol tossico non più fastidioso di una spruzzatina di insetticida in un angolo di casa. Sia ben chiaro, non sto affatto difendendo questa bestiale e immonda pratica criminale ma sto cercando di far comprendere che questa roba non ha alcun potere reale sul funzionamento della Natura che è per sua stessa “natura“, appunto, abituata a ricevere irrorazioni ben peggiori e ben più gravi con eruzioni vulcaniche e altre problematiche naturali. In secondo luogo tutti questi materiali, che siano sintetici, chimici o semplici estratti minerali fanno di per sé parte integrante della composizione stessa della terra. In pratica li togli da qui e li spargi più in là...ERGO... Di qui una semplice constatazione e una ancor più semplice deduzione: Questa abominevole pratica, per quanto appariscente possa essere, è dichiaratamente un’operazione limitata alla sfera umana, sociale e politica. Queste scie che “cambiano il tempo“ e avvelenano i campi coltivati o inducono a siccità o a estrema umidità creando effetto serra non coinvolgono neanche lo 0,000001 dell’intera superficie terrestre né, tantomeno, hanno il benché minimo potere di provocare alcunché in termini di cambiamento climatico globale ma soltanto di rompere i coglioni a noi esseri umani creando patologie, problematiche agricole e indebolendo tutto il comparto sociale. Perciò incazzatevi quando vedete quella roba in cielo ma ricordate che alla Terra nostra amata Madre non glie ne frega un emerito accidenti. La questione è soltanto geopolitica, finanziaria, sociale, di difesa militare, economica e di interesse multinazionale ed è nient’altro che una guerra contro di noi. Perché una volta distrutti i terreni per ripristinarli ci vorrà molto tempo, molta fatica, molta dedizione e molto amore, sempre che non siamo morti prima per avvelenamento.

χαῖρε 

Robert

lunedì 11 novembre 2024


Pedo-Phylia - roba da “vecchioni“

Achille benda Patroclo

Pedo-philia dal greco παιδί (padì) bambino e φιλία (philìa) affetto, amicizia, affinità.

Che la sinistra, in special modo quella italiana, sia da sempre stata il prodotto di una involuzione controllata da sistemi ben distanti da un sano concetto sociale di eguaglianza e di dignitosa morale ormai dovrebbe essere chiaro a tutti. Con questa scusa il ceto illuminato ha sovente sospinto la popolazione mondiale verso un baratro mascherato da buonismo e perbenismo. Con la scusa apparentemente giusta della liberazione femminile dallo stato di sottomissione ad un presunto dominio del maschio si è arrivati ad esempio a concetti come aborto; fin qui non ci sarebbe nulla di strano in casi estremi e banalmente ovvi se non fosse che fin dagli anni ’50 questa ideologia era finalizzata esclusivamente al controllo delle nascite promosso da Rockfeller e dai cosiddetti filantropi per ridurre la popolazione mondiale (gli inutili mangiatori… la plebaglia…) ed evitare che costoro si riproducano. Quale arma migliore della demagogia femminista? 

 Ma se vi sembra esagerato basta fare un giro negli intenti delle agende mondiali per rendervi conto che non è affatto l’unico modello adottato per il medesimo fine. Infatti allo stesso scopo hanno utilizzato la leva della salute perché ovviamente chi non tiene alla propria e desidera star bene? Chi non sogna eterna giovinezza, chi non ha paura di soffrire, del dolore della malattia o della morte? Nessuno ovviamente se non quei pochissimi che si contano sulle dita di una mano. É per questo che ci si inventano nuove malattie e nuovi virus, nuove cure e nuovi medicinali. Tutto bello se non fosse per il motivo, anche stavolta banalissimo, che ancora una volta lo scopo finale è quello di controllare la popolazione umana riducendo le nascite e inducendo alla morte gli inutili mangiatori. Fin qui la nota “sinistra italiana“, di nome e di fatto, ha per anni propagandato le peggiori nefandezze in nome di un “buon senso“ a loro dire universale con il paludamento dell’atteggiamento “intellettuale“ instillato nei licei prima e nelle università poi. Il “concessionismo“ compulsivo ha prodotto quella genìa che oggi va sotto i nomi di insegnanti, professori e docenti. 

 Questi individui eredi dei figli dei fiori e fratelli dell’onda niueig (New Age) sono riusciti a fare più danni loro in trent’anni di quanti ne abbiano fatto due guerre mondiali. Pseudo anarchici ma di buona e agiata famiglia, discorrono di Kant mentre suonano Guccini con i loro loden all’ultima moda e le scarpe firmate, cinquantenni in blue-jeans che fumano erba con i loro allievi, che di sera si fanno di coca ma che il mattino dopo appoggiano lo sciopero dei loro ragazzi in nome degli operai. Un papocchio senza senso che ha prodotto il 18 politico ovvero il diploma superiore senza mai aver studiato un solo giorno ma avendo soltanto condiviso Cheguevara, gli Inti Illimani e le ragazze con i prof. Eh, si. È un quadro impietoso in cui nessuno di quel tempo ci faceva una bella figura considerando anche il continuo, sotterraneo e mai confessato andirivieni di studenti e studentesse dalle stanze dei professori.

 Bene; questa lunga e inesaustiva premessa apre un’altro scenario che è quello dell’eredità pruriginosa del bigottismo vittoriano e in generale dell’entourage anglosassone miscelato alla cultura vaticana a sua volta erede al trono del decaduto impero romano. Questa miscela esplosiva ha generato una valanga di informazioni distorte spesso comode alle diverse propagande e utili alla strategia sociale e politica che ancor oggi vengono ritenute assiomatiche. Tra questi assiomi quello della pederastia nell’antica Grecia che ormai sembra essere un classico best seller propagandato ovunque da tutto l’entourage culturale compresa l’area pop capitanata da Wikipedia.

 Fermo restando che, contrariamente a quanto viene continuamente affermato ovunque, la vera pederastia in senso di puro godimento omo-sessuale (e dedicato alla sfera dell'infanzia) non era per nulla accettato nell’antica Grecia esattamente come anche a Roma fatti salvi gli ambienti della classe agiata ove vigeva allora come oggi un libertinaggio impune e immune da qualsiasi giudizio esterno. Come a dire che i panni sporchi si lavavano in casa, a meno che non passasse di lì un poeta satirico come Marziale, molto apprezzato negli ambienti imperiali che, come si direbbe oggi, “non si teneva un cecio in bocca“ pur di fare ironia feroce sui costumi del suo tempo.

Epigrammi di Marco Valerio Marziale

Ma al di là di ciò la bieca pederastia era assolutamente proibita e avversata tanto in Grecia quanto in Roma. Perché, ci si domanderà, si parla in termini di omosessualità buona e omosessualità “cattiva“? Perché l’ambiente malsano e bigotto di cui sopra ha sempre carpito (e capito) soltanto ciò che agitava i suoi segreti pruriti e che desiderava soffocare con atteggiamenti di timorosa pudicizia tutta esteriore e purghe spirituali d’ogni sorta. Questa aberrazione portò a vedere omosessualità persino nella letteratura ellenica laddove un Achille “ama“ il suo Patroclo. La coppia viene così individuata come omoerotica da tutta la schiera di sociologi e storici pur non corrispondendo, di fatto, alla realtà né storica né letteraria. Tant’è che, di fatto proprio il prode Achille accetta di tornare in battaglia proprio a causa di Briseide, ed è per proprio per lei che sorge la contesa con Agamennone. Inoltre non era lui l'erastes ma il povero Patroclo, di poco più grande...

 Per la cultura greca il termine omosessuale era incomprensibile e senza senso. Si viveva in un’altro modello socio culturale che anche noi conosceremmo se non ci fossero maestri bigotti e insegnanti affetti da pruriti irrisolti e turbe sessuali o preti bacchettoni che predicano bene ma razzolano abbastanza male ovunque. Ma prima di tornare ad Achille, devo spiegare un processo che è ben studiato e conosciuto quanto taciuto perché scomodo. Il momento di transizione in età giovanile, ovvero dalla fanciullezza all’adolescenza e quindi in tenera età, è un periodo molto delicato per l’essere umano in quanto la scoperta degli affetti esterni all’ambito familiare è quasi sempre associato anche alla scoperta della sessualità. Si stima che, nove volte su dieci, i maschi in età prepuberale siano incuriositi dall’amico fidato con cui scoprire la propria sessualità protetti da stima reciproca, affetto e fedeltà. Ma questo atteggiamento che ai più può sembrare tanto riprovevole quanto indiziario di tendenze omosessuali, in realtà non ha nulla di tutto ciò che gli si vuole affibbiare. 

 Infatti con il procedere dello sviluppo gli orientamenti vanno naturalmente verso il sesso opposto per stabilizzarsi poi nella ricerca della compagna e dell’amore. Sembrerà incredibile ma tutto questo è vero anche per il sesso femminile e si svolge con le medesime modalità salvo che per un più marcato senso di affettività e di diremmo “dolcezza“. Il seguito è simile, anzi spesso è la femmina che, entrando in adolescenza prima del maschio, sviluppa per prima il senso di curiosità. Del resto chi di noi ha il coraggio di negare che il gioco di ruolo più giocato in assoluto è stato sempre il “medico-paziente“? Giochi in cui la malizia giocava un ruolo minimo e soltanto di “miccia“ ma tutto era soltanto emozione, scoperta, erotismo di “alto livello“ ossia cerebrale, emotivo senza finalità e senza perversione, dove l’unico pericolo era essere scoperti da genitori o parenti bigotti e bacchettoni. Il discorso vale identico per l’autoerotismo che ha generato eserciti di ciechi sordi e muti… “se ti tocchi diventi cieco“ disse il prete miope…

 Ecco quindi che se si vuole comprendere quella omosessualità greca e romana non si può e non si deve prescindere da quanto appena detto perché si rischia di camminare sulle uova cercando di soddisfare il concetto pudico di pederastia e sdoganarlo come una questione di genere, di devianza, di woke, di mollezza di costumi e affidarlo alle cure di una governance distopica e corrotta che vorrebbe difendere una minoranza a discapito della maggioranza col rischio di distruggere proprio quegli elementi che concorrono naturalmente a formarla nei ruoli che le sono naturali.

Così ritorniamo alla sessualità dei Greci (e dei Romani ma non solo) laddove troviamo esemplare il monito di Teti che invita suo figlio Achille ad interrompere quel ciclo di lutto per sposarsi e diventare adulto. Ecco quindi che ad un occhio sereno e ad una mente priva di pruriti diviene abbastanza chiaro che quel processo era considerato un ponte di passaggio, una sorta di periodo di iniziazione che poi sarebbe sfociato nella piena centratura dell’individuo nell’età matura.

 In Grecia i giovani maschi iniziavano il loro percorso evolutivo in scuole dedicate in cui i giovani vivevano a stretto contatto notte e giorno studiando e allenandosi nella lotta e nelle armi come nel comportamento. Per forza di cose si instauravano legami molto stretti realmente al limite dell’amore che non necessariamente doveva essere legato alla sessualità bassa. Spesso il compagno era di poco più grande (eràstes) e dunque si instaurava anche un ideale di rispetto e di fedeltà reciproca in cui anche la sfera sensoriale e intima non aveva granché di morboso come si vuole far credere oggi. Il concetto in sé era allora profondamente diverso da quello odierno.

Soprattutto in età arcaica l’omosessualità nell’Antica Grecia rivestiva una funzione rituale. L’amore tra erastès ed eròmenos era un vero e proprio rito di passaggio per il giovane.

Strabone ci informa che a Creta gli erastài rapivano i loro giovani eròmenoi e li portavano fuori città per un periodo di due mesi. Questo era considerato un periodo di formazione per il giovane ed era necessario che erastès ed eròmenos assolvessero a dei doveri reciproci. Al termine di questo periodo di segregazione dalla comunità l’amante regalava all’amato un equipaggiamento militare: ciò segnava l’ingresso del giovane nell’età adulta.

 La Roma antica dal canto suo aborriva giuridicamente e socialmente la pederastia deviata esattamente come in Grecia e in più la praticava soprattutto come esercizio di potere verso schiavi e servi, sottomessi e comunque su quei giovani che comunque non potevano aspirare a vita di potere o semplicemente di libero cittadino. Per gli altri vi era un codice d’onore che serviva a rafforzare lo spirito del giovane e consisteva nel suo diritto di rifiutarsi per mostrare forza d’animo e coraggio; in caso contrario veniva mal giudicato perché debole, appunto, e troppo facilmente condizionabile, cosa deplorevole in una cultura altamente militarizzata. Non dobbiamo poi dimenticare che in massima parte i tutóres dei giovani fanciulli, e in special modo quelli di classi agiate, provenivano quasi esclusivamente dalla Grecia il che significa che importavano quella cultura e la inseminavano in quella romana.

 L’antichista Maurizio Bettini afferma infatti che: “Il mondo greco valorizza il rapporto omoerotico tra un adulto e un ragazzo imberbe, che dall’adulto riceve un’educazione etica, amorosa, sessuale ma che non va necessariamente verso l’omosessualità (quando ci va, perché quel tipo di rapporto continua tra adulti, non è più apprezzato ma condannato, in Grecia come a Roma). L’omoerotismo ritualizzato tra adulto e giovinetto configura una sorta di iniziazione, un passaggio culturale”. 

 Se si fa una breve ricerca nel Web invece non si trova altro che l’insistente concetto di pederastia e omosessualità confermate da testi come l’Iliade tentando di distorcere in tutti i modi un concetto del tutto inesistente nel mondo antico. Ma nel nostro mondo contemporaneo invece questo concetto è legato totalmente a principi propagandistici che siano un tempo l’affermazione del principio (distorto) di virilità di memoria fascista ed egemonica oppure il più moderno concetto di fluidità. Repressivo da un lato ma morboso dall’altro dunque; nulla che segua una linea di coerenza e che assecondi la vera natura umana con lo scopo di erigere una società evoluta, responsabile e priva di aberrazioni.

 Oggi è chiaro che qualunque deviazione dal corso naturale, sia soltanto frutto di stimoli esterni, di disagio più o meno imposto volontariamente e propagandato con lo scopo opposto, quello cioè di disgregare piuttosto le menti e gli spiriti in crescita invece di aiutarli a riconoscersi e a evolversi. Tutto ciò vale ugualmente e inderogabilmente tanto per il sesso femminile che per quello maschile checché se ne pensi o si voglia far credere. Saffo da sola varrebbe a confermare tutto questo. Ma affreschi e vasi lo testimoniano.

 Del resto la cosiddetta virilità non è mai stata una questione sessuale ma piuttosto etica e sociale. Virile nasce da Vir che è medesimo termine contenuto in Virtus. Virtus deriva come detto dal termine latino vir, uomo in senso humano e non in senso di genere, e comprende anche ciò che costituiva l'ideale del vero maschio romano. Il poeta Gaio Lucilio sostiene che è virtus per un uomo sapere ciò che è bene, male, inutile, vergognoso, o disonorevole. In origine designava il valore in battaglia dell'eroe e del guerriero, poi si estese ad altre attività. La Virtus è tale solo se non è messa al servizio di mire personali come la ricerca del potere ma per l'interesse della comunità romana. Si trasmetteva di padre in figlio (e di Madre in figlia) e i discendenti di uomini con virtus avevano l'obbligo di seguire le orme dei propri padri e dimostrare essi stessi di avere virtus. Poi a partire dal I sec. a.c. si avrà la concezione secondo cui la virtus non è una virtù ereditaria, ma anche un civis novum che può ottenersi con le “gesta e riuscire persino a superare le gesta degli antenati“.

 Come si vede qui non c’è degrado morale né moralismi vittoriani ma una sorta di contegno in cui l’uomo virtuoso è esemplare per l’intera comunità. Così come in Grecia anche per Roma l’amicizia era in qualche misura legata al senso di unione, di legame fraterno tant’è che tanto amor quanto amicus e anemos hanno la stessa radice etimologica. Così tra i grandi valori della romanità (sempre ereditati da quelli greci NdA) vi è il Pudor ovvero pudore, moralità; caratteristica tipica del cittadino romano che designa sostanzialmente la castità e la dignità, in correlazione anche con la modestia. Così a Roma la pederastia era una faccenda legata esclusivamente alla prostituzione che a sua volta era strettamente regolamentata da disposizioni e leggi che, in caso di trasgressione, il rischio di pene e punizioni severe era davvero molto alto. Ma l’ambito della prostituzione era anche un affare pubblico in cui gli “operatori“ provenivano quasi sempre dai ceti sociali più poveri o dal bacino schiavistico e soltanto pochissimi potevano poi ambire di essere bene accetti nella sfera nobiliare o presso qualche tempio ad uso di culti sacri ove sia maschi che femmine erano messi a disposizione delle attenzioni sessuali di tipo sacro (almeno ufficialmente). In nome di Venere ad esempio, gli adepti, sia femmine che maschi, si dedicavano alla prostituzione sacra, anche se sembra che gli adepti maschi fossero molto inferiori di numero rispetto alle femmine. Nessun maschio avrebbe rifiutato le attenzioni sessuali di una donna anche se attempata e non più venerea, tuttavia l’idea di essere messi a disposizione ridimensiona il ruolo maschile e suggerisce che fosse l’unico escamotage alla prostituzione maschile di tipo omosessuale.

In definitiva dunque sia in Grecia che a Roma l’omosessualità intesa in senso moderno era cosa del tutto sconosciuta o comunque relegata ad una dimensione distratta dalla natura umana, quindi non accetta ed esecrata salvo - come è ovvio - nelle devianze ereditate da cultura ed educazione non corretta. L’amor antico aveva precise regole che nulla hanno a che vedere con la morbosità modaiola di oggi del gender fluid, o con le polverose idiosincrasie del bigottismo o del machismo a cui ci hanno abituati. L’amor era dunque un consolidato modello ben articolato internamente ai costumi da considerare come uno sviluppo naturale dell’individuo. In definitiva lo scopo era quello non di separare i sessi ma di unirli attraverso un concetto piuttosto raffinato che consisteva nel scoprire dentro di sé la natura opposta durante la crescita per poter essere pronti ad affrontare la vita in modo adeguato e dignitoso; sempre conduceva ad un senso di affinità, di appartenenza e in definitiva persino di amor patrio.

« Scopro oggi il femminino che c’è in me perché poi questo mi renderà realmente uomo.

Scopro oggi il mascolino che c’è in me perché poi questo mi renderà vera donna. »  

Dunque, ahimé, le teorie vecchie del vecchione vecchioni non reggono e fanno acqua da tutte le parti oltre a rivelare le origini di quel signore che paludato dietro l’autoritas del “professore“ e le scintillanti vesti dell’artista malinconico (ma più che altro melenso) che magari in gioventù (25 anni nel 1968..) indossava charros con punta di ferro e loden alzando il pugno in aria urlando slogan operai mentre buttava l’occhio a qualche bella professorina… Del resto dopo un’educazione cattolica come la sua…

...oh, oh, cavallo, oh oh...

Vorrei chiudere qui e stendere un pelo villoso (o un velo pietoso?).

χαῖρε 

Robert