PREMESSA
da "Aurore - spunti per il III Millennio"
di Roberto Caravella
La mente soppesa e misura,
ma è lo spirito che giunge al cuore della vita
e ne abbraccia il segreto;
e il seme dello spirito è immortale.
Il vento puo' soffiare e placarsi,
e il mare fluire e rifluire:
ma il cuore della vita
è sfera immobile e serena,
e in quel punto rifulge
una stella che è fissa in eterno
K. Gibran
Troppi anni,
forse persino secoli, sono trascorsi quasi invano attendendo segnali interiori
o esteriori che ci regalassero la speranza di intraprendere un particolare
sogno inespresso, inconfessabile quanto agognato intimamente e segretamente. Le
società tutte si sono evolute a partire da quel pericoloso - ancorché fruttuoso
-senso razionale che ha prodotto scienza e soprattutto tecnologia. Questa ha
tuttavia riservato per se stessa soltanto spazi limitatissimi per asservirsi
incondizionatamente al potere del denaro e dell’economia.
Da parte loro, denaro ed economia (o meglio speculazione economica) hanno
suggerito alle civiltà che si sono susseguite fino ad oggi il proprio sogno
inespresso trasformando persino l’inutilità e il soverchio, il pericoloso e il
fatuo in bisogni impellenti, in oggetti di culto fondati su concetti di
affrancamento dalla fatica, su principi di godimento nell’ozio o sul possesso
dell’inutile.
Torri d’avorio. Così ho sempre indicato da parte mia quei luoghi della
mente moderna[1] in cui si rifugiano coloro
che credono nell’assoluta supremazia della macchina, dell’oggetto, del potere
delle cose, nel possesso di ogni sorta di ordigno che seduca e solletichi nel
nome della modernità e della tecnologia. Lavorare di meno per fare di più, per
avere più tempo a disposizione.
Ma come abbiamo visto, l’era tecnologica ha creato molti più problemi di
quanti ne possa anche lontanamente aver risolto. In primo luogo ha prodotto più
povertà e questo è innegabile. Ha distrutto la capacità umana di assorbire e
apprendere in profondità. Ha defraudato l’essere umano del contatto con la
reale esistenza e con il suo posto nel mondo come nell’universo.
Ma ciò non è
colpa della tecnologia in sé quanto della spregiudicata e criminale azione
dell’affarista nord del mondo. L’umanità è stata ridotta in parole semplici e
semplicistiche ma efficaci, ad un animale da mungitura e giocattolo
sperimentale: un oggetto da sfruttare proprio per la sua propensione al pascolo
e al gregge. Come per un cagnolino simpatico ed esuberante basta lanciargli un
giocattolo e l’uomo comincia a saltellare contento mostrandolo con fierezza e
difendendolo da altri simili che vorrebbero il suo osso, la sua palla, il suo
giocattolo. E il padrone sorridente sta a guardare contento di essersi così si
assicurata la fedeltà imperitura e incondizionata del suo stupido cane.
Nessuno si chiede come mai il bravo cagnolino non pensi di andare via da
quel padrone, cercarsi il suo branco e vivere secondo natura. Chi si è data una
risposta sa che il colpevole è l’egoismo che sgorga dalla persuasione occulta
che genera opportunismo e riconoscenza al tempo stesso. Finché si è soggiogati
dai sogni che stordiscono, da necessità inutili, da principi falsi, da scomode
comodità e da false necessità saremo tutti come quel cagnolino. Salteremo di
gioia nel vedere il nuovo cellulare, la super macchina, il super computer, il
super televisore, le super tette, i super films le super droghe, le super armi,
la super globalizzazione e via discorrendo. Nel frattempo avremo imparato a non
poter più fare a meno del nostro padrone e mungitore che ci avrà anche dotato
di medaglietta, pedigree, vaccinazioni e una cuccia… purché continuiamo a
mostrare fedeltà al padrone-mito-eroe e difenderlo incondizionatamente. E così
non importerà nulla se non c’è più denaro in circolazione: accumuleremo debiti
sempre più grandi pur di non rinunciare a quel sogno di benessere che ci viene
promesso attraverso le leve dell’opportunismo e della perpetua riconoscenza.
Tutto ciò rappresenta lo stato più misero della vita umana, ancor più di
coloro che vivono nelle poverissime tribù isolate dell’Africa; privati infatti della
volontà personale non sappiamo più come avere coraggio di dire di no, di aprire
quella porta e cercarci il nostro branco per tornare a guardare il cielo
notturno e sentirci parte integrante di quel maestoso firmamento che, volenti o
nolenti, ci scorre dentro le vene dal primo giorno della nostra vita fino
all’ultimo e forse anche prima e dopo.
Quel padrone della torre d’avorio ci ha deportati in un mondo oscuro in
cui il Crepuscolo si maschera goffamente da Aurora. E l’opera si compie sempre
attraverso i persuasori occulti, servi prezzolati, come cecchini outsider ingaggiati dai servizi segreti e la cui arma
non è sanguinosa come un fucile ad alta precisione ma il risultato che produce è
molto più devastante. Non sono
proiettili incamiciati ma farisei
incravattati, titolati con medagliette al valore di “perbenismo” e illuminati
da perenne luce di modernità, dinamismo e grinta.
La triste verità, se mai ce ne fosse una soltanto, è che questa schiera
di cecchini di anime sfrutta le proprie capacità soltanto in nome del dio
denaro, essendo esse stesse vittime inconsapevolmente colpevoli del proprio operato
e delle proprie connivenze. Chi si dedica al convincimento opera per primo su
se stesso il medesimo convincimento facendosi tramite di ideologie inventate di
sana pianta soltanto per il proprio esclusivo beneficio e per beneficio di chi
quel denaro gli offre. Poco importa se il suo beneficio – alla lunga – nuoce agli
altri, al mondo, all’umanità.
E così il vizioso circolo si conchiude su se stesso autocelebrandosi
nelle idee, senza storia e senza natura, che esso stesso ha generato. Un male
diffuso e apparentemente eterno che ha prodotto squarci di desideri
apocalittici ad ogni scadenza umana. Ad ogni millennio l’umanità ha sperato
segretamente, ma temuto pubblicamente, fini del mondo, apocalissi, distruzioni e viene persino da pensare che tenti
inconsciamente di provocarle deliberatamente attraverso l’esercizio del male.
Autodistruzione inconscia e consapevole al tempo stesso; come quella del
drogato - vittima della sua dipendenza - che sa di condursi alla fine quasi
come se quella fine fosse l’unica via di scampo.
Così è ancora il mondo. Siamo tutti buoni e virtuosi, ma tutti e in
diversa misura, vittime inconsapevoli delle nostre droghe che ci vengono
offerte su piatti dorati e di cui impariamo ad essere schiavi fino a desiderare
la fine di un mondo, una distruzione, una morte liberatoria che ci affranchi
dal loro insopportabile peso. L’incauto persuasore occulto, con la sua
demoniaca sete di potere e ricchezza ci ha portati tutti, nessuno escluso, a
creare problemi sistemici impossibili da prendere in esame isolatamente. La
problematica mondiale è una fitta rete di problemi interdipendenti e
interconnessi, impossibili da risolvere singolarmente. E di ciò ognuno di noi
se ne rende conto istintivamente. Per
questo ad ogni idea nuova, ad ogni istanza di soluzione fuori norma segue
imperterrita la replica del fatidico: “si, ma…”.
I segnali sono praticamente sempre più forti da sempre e ovunque. Le
iniziative finalizzate alla salvezza sono sparse a spaglio, distribuite a
macchia di leopardo, con la sola differenza che prima bisognava “conoscere”,
frequentare, leggere, acquistare libri e dispense, scrivere, parlare, guardare
negli occhi, attendere… mentre oggi è
tutto celato dietro un sembiante ideale forzoso e per certi versi illegittimo e
pusillanime. Oggi il web risolve – ma soltanto in parte – questi problemi comunicativi
e tuttavia ne crea molti altri che si rivelano essere ancor più subdoli e
nocivi di quanto si creda. L’identità reale scompare dietro maschere
evanescenti assiepate in una sorta di pubblico confessionale globale che misura
la sofferenza pensata ma non affrontata e che non da assoluzioni. Nel web sono
tutti eroi, tutti protagonisti, tutti vincitori e nessun vinto. Ma
difficilmente da esso usciranno esseri viventi che parleranno con le stesse
parole che lanciano come perle nel mondo virtuale. Va da sé che in tal modo la
sofferenza individuale e la solitudine abbiano la meglio ancora una volta sulla
potenza dei profumi del mondo tangibile.
L’esodo sembra ancor oggi essere il miglior sistema di sopravvivenza
anche a distanza di millenni. Mosè, il saggio egiziano, rifiuta l’oppressore
non con la battaglia ma con la fuga. Ma oggi si riderebbe ad un idea simile
perché – si direbbe - la fuga è
codardia. E invece la fuga del giusto è coraggio, eroismo, sacrificio,
salvezza, soprattutto se ancorata alla conoscenza e alla giustizia interiore e
anche in virtù degli enigmi e dei sacrifici che essa annuncia. Ognuno di noi
desidera per sé il luogo della liberazione, la terra promessa. E oggi sempre
più forte è quel dolore sordo e straziante che ci viene da un oppressione
dorata, suadente quanto tenace e devastante.
Il mutamento di paradigma è soltanto la prima piccola fase del processo
di esodo nel deserto. È la chiave che apre le porte sul deserto che conduce
alla terra promessa ma è anche il codice genetico di una nuova stirpe di donne
e uomini. Questo scritto è parte integrante e integrativa di quelli
precedentemente pubblicati. Il fine è solo uno: trasmettere le ragioni profonde
che impongono questo esodo verso il millennio aurorale, verso un alba umana che
restituisca di nuovo i suoi cicli, i suoi odori, la sua terribile e implacabile
perfezione e che ci restituisca infine anche il nostro giusto posto.
Abbiamo dominato fin troppo per conto d’altri, vivendo nella falsa luce e
credendoci figli della luce. Ora forse è giunto il momento di riconoscere come
reali le tenebre che stiamo attraversando. L’uomo aurorale è figlio della notte
e dell’oscurità ma ci si ricordi che un seme esposto alla luce si secca e
muore; potrà diventare pianta soltanto se immerso nel buio umido della terra
perché ogni aurora è figlia della notte.
Pertanto questo scritto intende suggerire vie che liberino le anime
dolenti, che riscoprano il paradigma armonico, che sappiano riunire le sfere in
una unica monade significante e che infine sappiano offrire un nuovo
linguaggio, una glossolalia aurorale capace di parlare in parole vere e nude.
Tenterò qui di offrire il quadro più saliente e sintetico possibile
avanzando soluzioni concrete al cambio di paradigma facendo ricorso, se
necessario anche a diversi gradi di sincretismo che non vuole escludere ne
unificare ma trarre la quintessenza di una visione olistica, sana, virtuosa
fondata sui principi di rispetto, appartenenza, karysmata e del dono pregiato della
diversità che rende uguali e ugualmente preziosi.




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