mercoledì 10 luglio 2013

AURORE

PREMESSA 
da "Aurore - spunti per il III Millennio"
di Roberto Caravella


La mente soppesa e misura,
ma è lo spirito che giunge al cuore della vita
e ne abbraccia il segreto;
e il seme dello spirito è immortale.
Il vento puo' soffiare e placarsi,
e il mare fluire e rifluire:
ma il cuore della vita
è sfera immobile e serena,
e in quel punto rifulge
una stella che è fissa in eterno
K. Gibran 

Troppi anni, forse persino secoli, sono trascorsi quasi invano attendendo segnali interiori o esteriori che ci regalassero la speranza di intraprendere un particolare sogno inespresso, inconfessabile quanto agognato intimamente e segretamente. Le società tutte si sono evolute a partire da quel pericoloso - ancorché fruttuoso -senso razionale che ha prodotto scienza e soprattutto tecnologia. Questa ha tuttavia riservato per se stessa soltanto spazi limitatissimi per asservirsi incondizionatamente al potere del denaro e dell’economia.
Da parte loro, denaro ed economia (o meglio speculazione economica) hanno suggerito alle civiltà che si sono susseguite fino ad oggi il proprio sogno inespresso trasformando persino l’inutilità e il soverchio, il pericoloso e il fatuo in bisogni impellenti, in oggetti di culto fondati su concetti di affrancamento dalla fatica, su principi di godimento nell’ozio o sul possesso dell’inutile.
Torri d’avorio. Così ho sempre indicato da parte mia quei luoghi della mente moderna[1] in cui si rifugiano coloro che credono nell’assoluta supremazia della macchina, dell’oggetto, del potere delle cose, nel possesso di ogni sorta di ordigno che seduca e solletichi nel nome della modernità e della tecnologia. Lavorare di meno per fare di più, per avere più tempo a disposizione.

Ma come abbiamo visto, l’era tecnologica ha creato molti più problemi di quanti ne possa anche lontanamente aver risolto. In primo luogo ha prodotto più povertà e questo è innegabile. Ha distrutto la capacità umana di assorbire e apprendere in profondità. Ha defraudato l’essere umano del contatto con la reale esistenza e con il suo posto nel mondo come nell’universo. 

Ma ciò non è colpa della tecnologia in sé quanto della spregiudicata e criminale azione dell’affarista nord del mondo. L’umanità è stata ridotta in parole semplici e semplicistiche ma efficaci, ad un animale da mungitura e giocattolo sperimentale: un oggetto da sfruttare proprio per la sua propensione al pascolo e al gregge. Come per un cagnolino simpatico ed esuberante basta lanciargli un giocattolo e l’uomo comincia a saltellare contento mostrandolo con fierezza e difendendolo da altri simili che vorrebbero il suo osso, la sua palla, il suo giocattolo. E il padrone sorridente sta a guardare contento di essersi così si assicurata la fedeltà imperitura e incondizionata del suo stupido cane.
Nessuno si chiede come mai il bravo cagnolino non pensi di andare via da quel padrone, cercarsi il suo branco e vivere secondo natura. Chi si è data una risposta sa che il colpevole è l’egoismo che sgorga dalla persuasione occulta che genera opportunismo e riconoscenza al tempo stesso. Finché si è soggiogati dai sogni che stordiscono, da necessità inutili, da principi falsi, da scomode comodità e da false necessità saremo tutti come quel cagnolino. Salteremo di gioia nel vedere il nuovo cellulare, la super macchina, il super computer, il super televisore, le super tette, i super films le super droghe, le super armi, la super globalizzazione e via discorrendo. Nel frattempo avremo imparato a non poter più fare a meno del nostro padrone e mungitore che ci avrà anche dotato di medaglietta, pedigree, vaccinazioni e una cuccia… purché continuiamo a mostrare fedeltà al padrone-mito-eroe e difenderlo incondizionatamente. E così non importerà nulla se non c’è più denaro in circolazione: accumuleremo debiti sempre più grandi pur di non rinunciare a quel sogno di benessere che ci viene promesso attraverso le leve dell’opportunismo e della perpetua riconoscenza.
Tutto ciò rappresenta lo stato più misero della vita umana, ancor più di coloro che vivono nelle poverissime tribù isolate dell’Africa; privati infatti della volontà personale non sappiamo più come avere coraggio di dire di no, di aprire quella porta e cercarci il nostro branco per tornare a guardare il cielo notturno e sentirci parte integrante di quel maestoso firmamento che, volenti o nolenti, ci scorre dentro le vene dal primo giorno della nostra vita fino all’ultimo e forse anche prima e dopo.
Quel padrone della torre d’avorio ci ha deportati in un mondo oscuro in cui il Crepuscolo si maschera goffamente da Aurora. E l’opera si compie sempre attraverso i persuasori occulti, servi prezzolati, come cecchini outsider  ingaggiati dai servizi segreti e la cui arma non è sanguinosa come un fucile ad alta precisione ma il risultato che produce è molto più devastante.  Non sono proiettili incamiciati ma farisei incravattati, titolati con medagliette al valore di “perbenismo” e illuminati da perenne luce di modernità, dinamismo e grinta.
La triste verità, se mai ce ne fosse una soltanto, è che questa schiera di cecchini di anime sfrutta le proprie capacità soltanto in nome del dio denaro, essendo esse stesse vittime inconsapevolmente colpevoli del proprio operato e delle proprie connivenze. Chi si dedica al convincimento opera per primo su se stesso il medesimo convincimento facendosi tramite di ideologie inventate di sana pianta soltanto per il proprio esclusivo beneficio e per beneficio di chi quel denaro gli offre. Poco importa se il suo beneficio – alla lunga – nuoce agli altri, al mondo, all’umanità.
E così il vizioso circolo si conchiude su se stesso autocelebrandosi nelle idee, senza storia e senza natura, che esso stesso ha generato. Un male diffuso e apparentemente eterno che ha prodotto squarci di desideri apocalittici ad ogni scadenza umana. Ad ogni millennio l’umanità ha sperato segretamente, ma temuto pubblicamente, fini del mondo, apocalissi,  distruzioni e viene persino da pensare che tenti inconsciamente di provocarle deliberatamente attraverso l’esercizio del male. Autodistruzione inconscia e consapevole al tempo stesso; come quella del drogato - vittima della sua dipendenza - che sa di condursi alla fine quasi come se quella fine fosse l’unica via di scampo.
Così è ancora il mondo. Siamo tutti buoni e virtuosi, ma tutti e in diversa misura, vittime inconsapevoli delle nostre droghe che ci vengono offerte su piatti dorati e di cui impariamo ad essere schiavi fino a desiderare la fine di un mondo, una distruzione, una morte liberatoria che ci affranchi dal loro insopportabile peso. L’incauto persuasore occulto, con la sua demoniaca sete di potere e ricchezza ci ha portati tutti, nessuno escluso, a creare problemi sistemici impossibili da prendere in esame isolatamente. La problematica mondiale è una fitta rete di problemi interdipendenti e interconnessi, impossibili da risolvere singolarmente. E di ciò ognuno di noi se ne rende conto istintivamente.  Per questo ad ogni idea nuova, ad ogni istanza di soluzione fuori norma segue imperterrita la replica del fatidico: “si, ma…”.
I segnali sono praticamente sempre più forti da sempre e ovunque. Le iniziative finalizzate alla salvezza sono sparse a spaglio, distribuite a macchia di leopardo, con la sola differenza che prima bisognava “conoscere”, frequentare, leggere, acquistare libri e dispense, scrivere, parlare, guardare negli occhi, attendere…  mentre oggi è tutto celato dietro un sembiante ideale forzoso e per certi versi illegittimo e pusillanime. Oggi il web risolve – ma soltanto in parte – questi problemi comunicativi e tuttavia ne crea molti altri che si rivelano essere ancor più subdoli e nocivi di quanto si creda. L’identità reale scompare dietro maschere evanescenti assiepate in una sorta di pubblico confessionale globale che misura la sofferenza pensata ma non affrontata e che non da assoluzioni. Nel web sono tutti eroi, tutti protagonisti, tutti vincitori e nessun vinto. Ma difficilmente da esso usciranno esseri viventi che parleranno con le stesse parole che lanciano come perle nel mondo virtuale. Va da sé che in tal modo la sofferenza individuale e la solitudine abbiano la meglio ancora una volta sulla potenza dei profumi del mondo tangibile.
L’esodo sembra ancor oggi essere il miglior sistema di sopravvivenza anche a distanza di millenni. Mosè, il saggio egiziano, rifiuta l’oppressore non con la battaglia ma con la fuga. Ma oggi si riderebbe ad un idea simile perché – si direbbe -  la fuga è codardia. E invece la fuga del giusto è coraggio, eroismo, sacrificio, salvezza, soprattutto se ancorata alla conoscenza e alla giustizia interiore e anche in virtù degli enigmi e dei sacrifici che essa annuncia. Ognuno di noi desidera per sé il luogo della liberazione, la terra promessa. E oggi sempre più forte è quel dolore sordo e straziante che ci viene da un oppressione dorata, suadente quanto tenace e devastante.
Il mutamento di paradigma è soltanto la prima piccola fase del processo di esodo nel deserto. È la chiave che apre le porte sul deserto che conduce alla terra promessa ma è anche il codice genetico di una nuova stirpe di donne e uomini. Questo scritto è parte integrante e integrativa di quelli precedentemente pubblicati. Il fine è solo uno: trasmettere le ragioni profonde che impongono questo esodo verso il millennio aurorale, verso un alba umana che restituisca di nuovo i suoi cicli, i suoi odori, la sua terribile e implacabile perfezione e che ci restituisca infine anche il nostro giusto posto.
Abbiamo dominato fin troppo per conto d’altri, vivendo nella falsa luce e credendoci figli della luce. Ora forse è giunto il momento di riconoscere come reali le tenebre che stiamo attraversando. L’uomo aurorale è figlio della notte e dell’oscurità ma ci si ricordi che un seme esposto alla luce si secca e muore; potrà diventare pianta soltanto se immerso nel buio umido della terra perché ogni aurora è figlia della notte.

Pertanto questo scritto intende suggerire vie che liberino le anime dolenti, che riscoprano il paradigma armonico, che sappiano riunire le sfere in una unica monade significante e che infine sappiano offrire un nuovo linguaggio, una glossolalia aurorale capace di parlare in parole vere e nude.
Tenterò qui di offrire il quadro più saliente e sintetico possibile avanzando soluzioni concrete al cambio di paradigma facendo ricorso, se necessario anche a diversi gradi di sincretismo che non vuole escludere ne unificare ma trarre la quintessenza di una visione olistica, sana, virtuosa fondata sui principi di rispetto, appartenenza, karysmata e del dono pregiato della diversità che rende uguali e ugualmente preziosi.





[1] R. Caravella – “l’Anima Dolente” 

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